Il sistema di rottamazione dei debiti, ideato per migliorare la riscossione fiscale in Italia, ha finito per incrementare l’ammontare degli arretrati a scapito di rendimenti effettivi. Un’analisi della Corte dei conti mette in luce i fallimenti di questo approccio, accompagnato da un preoccupante aumento di pignoramenti e azioni esecutive nei confronti dei debitori.
La fuga dalle rate
Un’analisi approfondita della Corte dei conti nell’ultima Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2025 evidenzia un trend problematico. Delle prime quattro rottamazioni, sono stati censiti debiti da saldare entro la fine dello scorso anno per un totale di 93,1 miliardi di euro, ma solo 38,1 miliardi, pari al 41%, hanno effettivamente raggiunto le casse dello Stato. Il restante 59% è andato perduto. Questa situazione potrebbe essere parzialmente attribuita al fenomeno delle adesioni multiple da parte dei contribuenti, che, dopo essere decaduti dalla precedente rottamazione, si sono iscritti a quella successiva per evitare pignoramenti. Tuttavia, questo comportamento evidenzia una carenza intrinseca dello strumento di rottamazione, spesso utilizzato per guadagnare tempo piuttosto che per onorare i debiti.
LA FUGA DALLE DEFINIZIONI AGEVOLATE
L’effetto collaterale
Nel panorama fiscale, le conseguenze dei debiti non saldati sono evidenti. Coloro che decadono da una definizione agevolata per il mancato pagamento delle rate vengono reinseriti nel ciclo di riscossione ordinaria, ma con un marchio che li colloca nei gruppi di «campagne mirate». Questi gruppi prevedono l’uso di misure coercitive. L’aumento dei pignoramenti è palpabile: nel 2025 si sono registrati 772.653 pignoramenti, il 25,2% in più rispetto all’anno precedente, e tre volte in più rispetto ai quasi 265.000 del 2022. Questo dimostra che la tattica dilatoria non può essere perpetua; prima o poi il Fisco riprenderà il controllo. Tuttavia, anche l’uso di misure forti non sempre riesce a superare la resistenza dei contribuenti. Secondo la Corte dei conti, il successo delle azioni sui beni mobili registrati è solo del 47,2%, mentre per gli immobili la percentuale scende al 3,8%. Inoltre, nel pignoramento presso terzi l’indice di successo è al 22,1%. Allo scopo di migliorare i risultati, la recente manovra consente all’Agenzia delle Entrate di inviare i dati delle fatture elettroniche, permettendo così il recupero delle somme dovute direttamente dai pagamenti in favore di chi ha debiti insoluti.
L’INDICE DI EFFICACIA
I renitenti al pagamento
Affrontare il problema dei debitori è una battaglia difficile, ma fondamentale per l’amministrazione finanziaria. Negli ultimi 25 anni, le cartelle esattoriali hanno portato nelle casse di Stato, Inps, Inail ed enti territoriali solo 217,8 miliardi di euro, ossia il 14,7% degli 1.477 miliardi iscritti a ruolo nel medesimo periodo. Rimane quindi un 85,3% di debiti che, al momento, è ancora fuori dalla portata delle autorità fiscali e ha elevate probabilità di continuare a rimanere tale. Attualmente, si stima che circa il 70% dei debiti risalenti ai primi anni Duemila sia ancora da riscuotere. Per i periodi più recenti, come il biennio 2020-2022, la percentuale di incassi scende a circa il 10% e nel 2025 ha raggiunto un triste 2,19%.