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Varese - Premio Ghiggini
Con la proclamazione del vincitore si è chiusa a Varese la prima fase del Premio Ghiggini. La giuria composta da Giuseppe Bonini, Claudio Cerritelli, Giuseppe Curonici, Maria Rosa Ferrari, Emilio Ghiggini, Luigi Piatti ed Emma Zanella ha indicato in Luca Gastaldi il vincitore della quinta edizione. Gastaldi è nato nel 1983 a Milano, dove si è diplomato al Liceo Artistico del Sacro Cuore e ora frequenta l'Accademia di Brera. Data l'età ha un curriculum artistico breve ma significativo. Ha infatti collaborato alla realizzazione della scenografia per la sfilata «Just Cavalli» nell'ambito di «Milano Moda»; invitato al VI concorso nazionale di pittura «Gaetano Morgese» a Terlizzi (Bari), ha esposto in una collettiva con l'opera «Il faro». Lo scorso anno ha partecipato alla collettiva «Eucaristia» o Molfetta. La sua pittura, sostanzialmente figurativa, si avvale di strutturazioni portate alla sintesi con un lucido senso della spazialità e di un linguaggio sobrio ma incisivo in cui alla realtà, indagata ben oltre le apparenze, si sovrappongono percezioni, memoria, emozioni, suggestioni d'atmosfera. Buona la sua capacità di utilizzare materiali diversi e di ponderare l'uso del nero con squarci di intensa luminosità che tendono a conferire al gesto una dimensione architettonica. Al giovane artista la Ghiggini dedicherà una personale.

L'Arte concreta di Gianni Bertini
Estate 1993. Silvio Zanella visita lo studio di Gianni Bertini a Nansola in Liguria per acquistare un'opera realizzata nel periodo in cui l'artista lavorava nel gruppo milanese del Movimento d'Arte Concreta (Mac) per la collezione permanente della Galleria d'Arte Moderna di Gallarate. Dall'incontro nasce l'idea di progettare una mostra dedicata proprio agli anni del Mac di Bellini (Pisa, 1921), poco conosciuti e quindi non abbastanza valorizzati nelle numerose mostre e retrospettive che gli sono state dedicate in Italia e all'estero. Da allora trascorre diverso tempo: il fitto calendario espositivo della struttura gallaratese, i progetti per la tanto attesa nuova ubicazione e gli impegni dell'artista pisano obbligano gli ideatori a rimandare la mostra a momenti più propizi. Tre anni fa finalmente si mette in atto la ricerca delle opere di Bertini per farne una rassegna, che inizia con i suoi esordi artistici astratti (1947-48) e prosegue con gli anni del Mac, non dimenticando i momenti immediatamente precedenti e successivi, nella nuova sede. Ma viste le lungaggini edilizie (la fine dei lavori si prevede per la primavera prossima) l'artista ha preferito concretizzare il progetto ugualmente, nella storica sede della Civica Galleria. All'oggi negli spazi espositivi della struttura cittadina i visitatori possono ammirare un centinaio di opere, provenienti dalla collezione dello stesso Bertini e da importanti raccolte private di Roma La Spezia Milano e Venezia, nella mostra «Gianni Bertini, Opere 1947-1953» curata dalla direttrice Emma Zanella e dallo storico e critico d'arte Luciano Caramel, esperto del Mac. Articolata in cinque sezioni e caratterizzata da un taglio astratto-geometrico, la rassegna si apre con le prime opere astratte, tele dagli sfondi monocromi intercalali da piani non rigidi, prosegue con lavori realizzati tra Pisa e Firenze che anticipano di gran lunga la pop art americana in cui segnali, scritte ed immagini pubblicitarie vengono sovrapposti all'astrazione convenzionale, e raggiunge il suo culmine nel nucleo di opere astratto-concrete del periodo tra il 1949 e il 1951, appunto gli anni del Mac. Qui una pittura semplice, lineare ed elegante si distingue per rigore e controllo, rispondendo agli stimoli del gruppo dei colleghi milanesi Dorfles, Monnet, Munari e Soldati di cui la Gam di Gallarate in quest'occasione espone la propria raccolta. Tra Venezia e Parigi (1951-53) invece l'artista sperimenta gli smalti, che fa colare ed esplodere sulla tela, in opere informali e spaziali, dimostrandosi ancora una volta precursore ed anticipatore di tecniche che in futuro riempiranno le gallerie ed i musei più prestigiosi. Il tutto in una mostra storica dallo spirito sempre vivace ed attuale.
«Gianni Bertini: opere 1947-1953» - A Gallarate, Civica Galleria d'Arte Moderna, viale Milano 21, fino al 9 luglio, ingresso libero, mar-dom 10-12.30 e 14.30- 18.30, Catalogo Silvana Editoriale, info 0331/791266.

A Brescia i banditi dell'Art Brut
Il celebre artista e collezionista Jean Dubuffet, a fine anni 40, coniava il termine Art Brut per indicare le creazioni di artisti inconsapevoli, liberi da ogni condizionamento culturale, mentalmente o socialmente emarginati. Il nucleo storico della sua collezione è ospitata dal 1976 al Museo dell'Art Brut di Losanna. Da questo luogo è partita l'idea del fotografo losannese Mario Del Curto di realizzare una lunga serie di scatti in bianco e nero che testimoniassero la creatività di artisti che operano in laboratori psichiatrici o a cielo aperto in lontane e sperdute regioni (dalla Francia, alla Polonia, agli Usa). Le immagini sono poi confluite in una mostra itinerante giunta ora al Palazzo Martinengo di Brescia: 126 ritratti di autori noti nel panorama internazionale di tale creatività, una quindicina di ritratti realizzati nei tre atelier del Fatebenefratelli della Lombardia, a cui si aggiunge un'inedita sezione dedicata ai luoghi d'arte irregolare italiani. Il titolo della rassegna curata da Elisa Fulco, «Banditi, Sulle vie dell'Art Brut», gioca sull'ambiguità semantica dell'essere banditi, cioè dei fuori legge del 'sistema' dell'arte. In ambienti inattesi ci si imbatte nel francese Andre Robillard dall'aria severa con i suoi disarmanti fucili-giocattolo, nello svizzero Eugenio Santoro, le cui sculture di legno si trasformano in animali cavalcabili, nello statunitense Vollis Simpson, famoso per i suoi enormi mulini a vento disseminati nel paesaggi.
«Banditi. Sulle vie dell'Art Brut» - A Brescia, Palazzo Martinengo, via dei Musei 32, fino al 28 maggio. Orario: mart/ven 9-17, sab/dom 10-19. Info 030/3501708.

Nella memoria di Sciacca
Dinanzi alla violenza, fisica e psicologica, l'artista rappresenta e denuncia. La commozione di Augusto Sciacca (Messina, 1945), offeso nella sua coscienza etica, è esplosa nella mostra «Innocenza e Pietas», curata da Marco Rosci ed allestita nel Museo della Permanente a Milano, attraverso una quarantina di opere di media e grande dimensione e tre grandi teleri, oltre a disegni, libri d'artista, bozzetti, appunti e studi preparatori. L'artista, formatesi nel clima concettuale degli anni Settanta ed arrivato ad una personale concezione espressiva connotata da una forte ed intensa sperimentazione, propone un'ampia riflessione sul tema della violenza, già indagato accanto alle ricerche sulle grandi categorie dello spazio e del tempo e qui affrontato in ambito mitologico, storico e sociale. E per ottenere un sincero coinvolgimento dei sentimenti e l'interiorizzazione e persistenza della riflessione sull'argomento, Sciacca studia ed applica un metodo capace di bloccare l'evasione estetica e la seduzione del colore: presenta le immagini in non colore o a volte in seppia come nei fotogrammi dei primi film, simulando l'atmosfera in cui sono immersi i ricordi...la dimensione della memoria. Nelle quattro sezioni della rassegna si avverte la figura di un artista che piange sulla condizione umana ed entra in empatia con lo stato di sofferenza delle vittime, eppure nel libro d'oro «Del sublime» lo stesso autore evoca i più alti ideali dell'uomo e nel bozzetto «Per un mondo di pace» richiama l'umanità al desiderio di pace universale in segno di speranza e di fiducia. Insistendo sulla memoria, Sciacca cerca di svegliare le coscienze per affrontare al meglio la vita sociale che il futuro riserva.
Augusto Sciacca: innocenza e pietas - A Milano, Museo della Permanente, via Turati 34, fino al 2 giugno. Ingresso Ubero, mar-ven 10-13; 14.30-18.30 sab-dom 10-18.30, info 02/6599803, catalogo Lito Stampa. Convegni (ore 17): il 16 maggio «Le due paci» con Ceruti, Pomari e Girello, il 23 «Incontro con l'artista» con Consolo, Ongis e Rosci.

Costantini a Laveno
Una mostra itinerante dedicata a Marco Costantini, dopo essere stata ospitata ad Arcumeggia e a Luino, fa ora tappa a Laveno Mombello, dove si celebrano i 15O anni di vita dell'attività ceramica. Del grande incisore a Villa Frua vengono presentate opere di interesse sia per la bellezza delle immagini, sia per la rappresentatività che le stesse assumono all'interno del percorso creativo. Il sensibilissimo artista lavenese non ha infatti mancato di rendere appassionati omaggi alle bellezze paesaggistiche dei luoghi. Si ammirano pure alcune acqueforti relative alle fabbriche ora sparite (la Lago, la Boesio, la Ponte, la Verbano), incisioni dedicate ad Antonia Campi e a Guido Andlovitz, piccole composizioni con le forme dei vasi di storica produzione. Sono esposti anche raffinati servizi da thè, fantasiosi boccali per birra, piattini blu cobalto e poi bulini, lastre, attrezzi appartenenti al suo mondo ed al suo lavoro. Con l'occasione viene ripresentato anche il volume «Marco Costantini. Tutta una vita per l'incisione», edito lo scorso anno a cura di Luigi Piatti.Marco Costantini - A Laveno, Villa Prua, fino al 27 maggio. Orari: lun 10.3O-13 e 16-1S, mart/ven 8.30-12.3O e 14.30-18.30, sab 8.3D-12.30.

Daverio 'contemporanea'
Monica Morotti e Raffaella Silbernagl, con i rispettivi punti espositivi nella piazza Monte Grappa di Daverio, presentano un'iniziativa congiunta d'arte contemporanea. Nel primo spazio è visibile la mostra collettiva di alcuni validi artisti del territorio: Anna Clara Beltrami, Danilo Brutti, Walter Capelli, Raffaele Penna, Stella Ranza e Vito Scamarcia presentati da Debora Ferrari. Nel secondo (sede anche della neonata associazione culturale Under-gallery), la proposta creativa di Danilo Brutti Brutti si allarga a uno Special Project, a cura di Igor Zanti, composto da sette tele e dal video «IVe got it». Nel piccolo schermo una donna ripete all'infinito l'azione di prendere un oggetto, quello del 'desiderio', riporlo subito dopo e ancora riprenderlo (in mostra anche l'oggetto, per l'occasione una ceramica dorata su un cuscino in resina).
A Daverio, piazza Monte Grappa 6, sino al 2 giugno. Orari: mart/sab 9.30-12 e 15-19; lun/dom 15-19. Info 3482202587.

A San Vittore Olona si inaugura la mostra di Francesco Ferracini
San Vittore Olona si appresta a ricordare uno dei suoi concittadini che ha lasciato un suo prezioso ricordo nella comunità e nel mondo dell’arte: sabato 13 maggio, alle 18, sarà, infatti, inaugurata la mostra di quadri realizzati da Francesco Ferracini, sanvittorese classe 1938, diplomatosi con il massimo dei voti a Brera (1958) e scomparso sul finire dello scorso anno. In tutta la sua vita, Ferracini è stato un pittore probabilmente unico, capace di esprimere con le sue tele il suo carattere sanguigno e genuino senza dimenticare di proporre, nei quadri definiti “Quadri denuncia”, alcuni mali del nostro tempo, come ad esempio la droga. Dai nudi alle nature morte, fino alle varie tappe dalla sua carriera: tutto questo lo si potrà ammirare in questa mostra organizzata dall’amministrazione comunale che sarà allestita nel seminterrato della biblioteca comunale di Villa Adele (via Fratelli Bandiera 12, ang. Via Leopardi). La mostra resterà aperta fino al 28 maggio con i seguenti orari: il sabato e la domenica dalle 16 alle 20 e dal lunedì al venerdì dalle 20 alle 23. “Erano gli inizi degli anni ’70. Francesco arrivava al cortile del suo studio verso le sei, le sette di sera. Bicicletta e sigaretta, sempre. Ora non c’è più. Se n’è andato dopo qualche anno di totale assenza dal paese, scomparso dentro la sua casa e dentro se stesso. Diventato magro e aguzzo, la cosa più viva i suoi occhi. Entravo dal vecchio portone, poi la scala, il ballatoio ampio di legno, e lo studio con la finestra sul cortile. Lì ho camminato e mi sono riposato nei suoi paesaggi. Ho visto nascere corpi di donna tra sogni e incubi. Ho visto campi posarsi sulla tela e perdersi all’infinito. Ho visto boschi, vigneti, pannocchie, alberi fioriti, gatti, pinocchietti, cassette e panni al sole. Il paesaggio, però, è stato la rappresentazione vera della sua vita e della sua arte. Lui sentiva il bisogno della presenza nascosta dell’orizzonte, e della speranza che oltre quella linea fosse possibile ancora vivere e dipingere. Era come se non volesse che i suoi campi di papaveri e i suoi temporali avessero una fine. Ha sempre prediletto tinte morbide. I rosa e i grigi vellutati, gli ocra e i gialli maturi di luce, i bianchi e i neri impastati dentro caverne profonde o dentro secchi di latte e petali di ciliegio. Il meglio l’ho visto quando smetteva di ragionare coi pennelli e si lasciava prendere dagli umori della vita. Nasceva allora una sfida nuova, inconsapevole, che lo portava fuori dai sentieri dell’esistenziale quotidiano, dal rischio della retorica. Aveva bisogno di quei momenti, anche se temeva di esserne troppo coinvolto, di andare troppo al largo tra le onde alte di un’arte che avrebbe prevalso sulle abitudini. Erano momenti liberatori nei quali, finalmente, rompeva quel legame accademico con la sua voglia di perfezione, pericoloso pendio verso risultati facili e scontati. Solo dopo la sua morte ho visto gli ultimi lavori. Durante la malattia e la paralisi del corpo ha usato pochi colori, freddi e forti, essenziali e prevalenti. Erano i colori definitivi, i colori della svolta più importante della sua vita. Il suo ultimo messaggio. Secondo me ha voluto dirci che sapeva di essere arrivato al limite dell’orizzonte. Quei colori esprimono la sua finale ed inquieta sincerità”. Le parole dell’assessore alla Cultura Daniela Rossi: “E’ con immenso piacere e forte emozione che chiediamo a Francesco Ferracini, attraverso i suoi quadri, di inaugurare l’apertura di Villa Adele alle mostre “d’autore”. Dal giugno 2004, l’Assessorato alla Cultura ha dato vita ad un movimento culturale che è stato in grado di catturare l’interesse dei cittadini e di fare emergere i bisogni e i fermenti vitali di una comunità che, ben radicata nella propria storia, guarda al futuro, consapevole di esserne parte indispensabile e costruttiva. Dopo gli appuntamenti dedicati alla letteratura e alla poesia, alla musica e alle testimonianze storiche, la nostra biblioteca civica si apre per accogliere la prima fra le mostre d’arte che l’Amministrazione intende allestire. Sarà un percorso ricco di cultura e di interesse che darà risalto alle opere di alcuni artisti sanvittoresi le cui capacità meritano una più attenta considerazione e maggior visibilità. Anche la realizzazione di “collettive” troverà, in questo cammino, risposte adeguate all’impegno di tutti coloro che si dedicano all’arte con serietà e passione. Abbiamo scelto di dedicare la prima esposizione a Francesco Ferracini: lo riteniamo un omaggio dovuto, un ringraziamento sincero a un pittore di notevole talento e di acuta sensibilità, un artista che celava, dietro a due occhi ammiccanti e a un sorriso bellissimo, una intima melanconia. Ammiro, in Francesco, l’uomo di frontiera che ha saputo sottolineare, in modo tutto suo, l’attenzione ai grandi temi: il decadentismo sociale, il “progresso-autodistruzione”, il dolore, la solitudine. Amo, in Francesco, l’artista tardo-romantico che ci trasmette la potente voglia di bellezza, seppur velata di serenità sofferta, e il desiderio di speranza del suo “pesco in fiore” ”.

I balletti meccanici di Martin Creed
Fino all'ultimo momento non se ne è saputo nulla. E non è detta l'ultima parola, perché spesso Marlin Creed per uliimare le sue opere ha bisogno del pubblico e delle sue reazioni. Approda all'Arengario con una personale dell'artista inglese la Fondazione Trussardi. Il direttore artistico, Massimiliano Giani, ha inaugurato un vero e proprio nomadismo espositivo che tocca ora gli spazi dell'edificio destinato a ospitare il Museo del Novecento, nella rivisitazione dell'architetto Italo Rota. Nell'attesa si può vedere ancora una volta l'Arengario attraverso gli occhi di Martin Creed, artista delle piccole cose e dell'esaltazione della semplicità, come testimoniano la grande scritta al neon che dice appunto 'small things', oppure gli oggetti animati di nuova vita, come il pianoforte che inscena un balletto meccanico. Nato nel 1968, Creed ha al suo attivo il Turner Prize, prestigioso riconoscimento ricevuto nel 2001, oltre a una serie di mostre in importanti istituzioni internazionali come la Tate Gallery di Londra, il Museo d'Arte moderna dì New York, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo Boijmans di Rotterdam, l'Institute for Contemporary Art di San Francìsco. Il ritmo e la musica stanno alla base del lavoro di Creed, e non solo perché lui stesso si esibisce con la sua band in concerti rock.
Martin Creed.I Like Things. Arengario, Piazza del Duomo - orario: tutti i giorni 10/20. Dal 16 maggio al 18 giugno.

Andy Wharol da scoprire
«Non leggo mai, guardo solo le figure». E' questo il titolo della mostra su Andy Warhol che, da ieri e sino al 4 giugno, terrà banco alla Galleria Il Chiostro di via Santuario 11 a Saronno. A un anno dall'apertura della nuova sede la Galleria torna a celebrare un grande autore internazionale con una mostra che comprende una ventina di opere uniche. Come i ritratti di Mao e Liza Minelli, così come Campbell's e Vesuvio, raccontate dalla voce stessa dell'artista le cui dichiarazioni tanto sono celebri quanto lo sono i suoi lavori. La nuova mostra segue le orme di quella dedicata a Steinberg, Folon e Pascali dal titolo «Comunicare con l'arte» e Il Chiostro Artcaffè organizza una serie di iniziative ed eventi per celebrare l'artista Pop. Da non perdere il laboratorio per bambini dai 3 agli 8 anni con Francesca Bisioli (sabato 13 maggio alle 16), l'incontro sull'arte di Warhol con proiezioni di immagini (giovedì 2 5 al le 21 ) e quello sul cinema con lo storico di settore Francesco Uboldi (sabato 27 alle 18)
Andy Warhol, «Non leggo mal guardo solo le figure», orari: martedì-sabato (10-12,30 e 16-19), domenica (16-19). Ingresso libero. Info www.ilchiostroarte.it

Giocando con l'arte
Tre artisti, ciascuno con una quindicina di opere, sviluppano la tematica del gioco. I tre, Donzelli, Montuschi e Nespolo, che provengono da centri geograficamente lontani (rispettivamente Napoli, Faenza e Torino) ed hanno una idea diversa del tema. Nespolo vi ritrova, attraverso un linguaggio semplice, l'innocenza dell'infanzia; Donzelli, con piglio ironico, da vita come un cantastorie a narrazioni ricche eli rivisitazioni; Montuschi ricorre alla memoria lasciando libero corso alla sua fantasia.
«Giocando con l'arte» - A Solcio di Lesa, Excalibur; fino al 15 giugno; orari: 10-12.30/15.30-19.30, chiuso il lunedì.

Raku a Cocquio Trevisago
Delicatissime stoffe colorate e smalti ravvivati dalletecniche raku sono i protagonisti di una mostra che comprende opere su tela e lavori plasmati nella terra. All'Atelier Capricorno a Cocquio Trevisago i collages dell'americana Anne Burke fanno da cornice ai vasi dì Eugenia Branca e Angela Iguera (terracotta), di Maria Casalis, Anny Ferrano, Anna Genzi e Laura Lozito (raku) e di Èva Hodinova (naket raku) nella collettiva «Burnt Sienna & Terra Bruciata». Alla rassegna avrebbe partecipato anche Welma Carità se un grave e fatale incidente non le avesse preservato un altro destino. L'Atelier Capricorno propone poi un corso base di ceramica raku previsto per il 22, 26, 27, 28 e 29 maggio dalle 15 alle 18 per modellare e il 4 giugno per cuocere i tre o quattro pezzi realizzati ed un corso avanzato di raku nudo, pit-fire, bucchero ed engobbi naturali guidato da Giorgio Azzaretti nei giorni 11 e 12 giugno dalle 9 alle 18.
«Burnt Sienna & Terra Bruciata» - A Cocquio Trevisago, Atelier Capricorno, via Fiume 6, fino all'8 maggio, tel. 0332/619227

Meraviglia tra genio e follia
Esplorare il territorio affascinante e ancora poco conosciuto della creatività degli artisti che hanno sofferto di disagio mentale: è l'intento della mostra internazionale «Oltre la ragione», organizzata da Progetto Itaca Onlus e dall'Associazione Merati e ospitata al Palazzo della Ragione di Bergamo Alta sino al 2 luglio. La mostra riunisce oltre 600 opere, molte delle quali mai esposte in Italia e provenienti dalle più importanti collezioni museali di Francia, Svizzera, Austria, Belgio e California; tra gli artisti, rappresentati con dipinti, disegni, sculture e installazioni, spiccano Wolfli, Ligabue, Merati, Toris, Settembrini e molti altri. «La mostra - spiegano gli organizzatori - si propone di mettere in evidenza uno degli aspetti estetici più caratterizzanti di queste opere: la meraviglia e il potere di stupefazione che rende giustizia alla capacità di invenzione di questi artisti. Universi impossibili - continuano -, veri e propri esercizi di meraviglia nati sul filo invisibile che corre tra genio e follia, normalità e diversità».


Nel segno di Manzù l'omaggio della sua città
Sempre a Bergamo, è stata inaugurata la scorsa settimana, giovedì 4 maggio, presenti Inge e Giulia Manzù, la mostra «Nel segno dì Manzo: disegni, incisioni, affiches». L'esposizione, allestita nella sala che la Provincia di Bergamo ha dedicato al suo grande artista, in via Camozzi, rappresenta un evento nell'evento: nella stessa giornata, infatti, lo spazio espositivo e stato ufficialmente intitolato proprio allo scultore. Sono esposti numerosi disegni, incisioni e affiches: un'occasione per rileggere l'eleganza delle sue figure femminili, la forza dei suoi amanti, la raffinatezza di un segno frutto dì un pensiero scultoreo di grande classicità e insieme di inedita modernità. La mostra rimane aperta fino al 5 giugno, con ingresso libero.

Mani tese a Villa Soranzo
Due intensi momenti hanno caratterizzato l'inaugurazione della mostra di Ruggero Maggi e Riccarda Montenero, dal titolo «Tempo reale», a Villa Soranzo di Varallo Pombia: una performance di danza in cui la ballerina ha tracciato segni colorati su una parete della villa, e «Clandestini», intenso video della Montenero contraddistinto dall'impossibilità di chi è in quelle condizioni di essere identificato con una precisa fisionomia. La parte permanente della mostra è altresì caratterizzata da fotografie di grande formato raffiguranti installazioni realizzate altrove e elaborazioni eseguite al computer; come con formiche la cui disposizione forma lettere dell'alfabeto e simboli dell'attualità, come la ben nota chiocciola della posta elettronica.
Ma il pezzo forte della mostra è l'installazione effettuata nella terza sala della villa. Da un'ampia area di terriccio emerge un'infinità di mani tese ad afferrare quei pochi elementi: valigie, orologi non più funzionanti, brandelli di lamiere, sopravvissuti ad un evento del quale non si conoscono le cause.
«Tempo reale» - A Varallo Pombia (Novara) - Pinacoteca dì Villa Soranzo, fino al 21 maggio. Orari: sabato 17-19, domenica 10-12/17-19; su appuntamento tel. 0321-95176.


Lifting per gli antichi Romani
La sezione romana del Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello, a Varese, cambia allestimento e riapre al pubblico. Il criterio metodologico di esposizione rimane quello cronologico. In particolare, per quanto riguarda la sezione romana, sono esposti i materiali rinvenuti in territorio varesino, con reperti quasi tutti provenienti da necropoli, che nell'insieme testimoniano la progressiva assimilazione delle popolazioni cisalpine al costume ed alla organizzazione politico amministrativa e sociale del mondo romano. Per la prima volta il pubblico può vedere riuniti gli eccezionali corredi delle tombe di Mercallo dei Sassi e quelli della necropoli di Rasa di Velate. I sepolcreti che hanno fornito documenti importanti per la storia del nostro territorio sono tanti: An-gera, Ligurno, Daverio-Dobiate. Sono anche esposte monete di età repubblicana ed imperiale facenti parte della collezione del monetiere del Museo. Fra i reperti meritano di essere citati il famoso peso in bronzo a forma di astragalo di Biandronno, la coppa di vetro detta «Gagnola» (dal nome del proprietario, Guido Cagnola) e la monumentale tomba di Bruzzano Milanese (dono del marchese Gianfelice Ponti con l'eccezionale «stamnos» in bronzo. Esposta, dopo mezzo secolo, anche la ricca raccolta epigrafa con pezzi provenienti da varie località varesine e, grazie alla collaborazione pluriennale con il Museo Civico Archeologico Bovio di Como, il pubblico può ammirare reperti varesini provenienti dalla raccolta lariana. Per la sezione Preistorica e Protostorica, ancora chiusa per lavori, è stato in vece allestito in anteprima il prestigioso complesso della Seconda Tomba di Guerriero da Sesto Calende (primi decenni del VI secolo a.C.). Ogni sala è dedicata a personaggi che hanno lavorato per e con il Museo e la città; per esempio la sala con le colonne è dedicata a Luigi Borri, il primo conservatore del Museo. Aperto da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 17.30.

Le sculture di Quattrini
Il Punto Oberdan di Castelseprio ospita una mostra dello scultore e ceramista varesino Antonio Quattrini. Cresciuto alla scuola del padre Oreste, artista di forte personalità e schietta forza espressiva, dal auale ha appreso i segreti del mestiere (inteso nel senso nobile del termine), Antonio ha saputo poi arrivare ad una propria dimensione creativa, aggiungendo al vigore strutturale dei suoi lavori un esteso e personalissimo immaginario oltre ad una notevole sensibilità nel trattamento dei materiali di volta in volta usati. In particolare, le sue sculture, spesso di impianto mistilineo, appaiono come tentativi di fondere forma e spirito in un insieme armonioso, arrivando a pregevoli sintesi espressive in virtù di una notevole capacità d'indagare interiormente il soggetto. Quattrini si emancipa così dal modello figurale, pur attivandolo costantemente a prodromo della sua arte, attraverso tensive sintesi architettoniche del corpo ed intensificando, grazie ad una più dinamica dialettica interna fra superfici e volumi, il rapporto fra spazio e materia.
Antonio Quattrini - A Castelseprio, Punto Oberdan, via Cavour 15; fino al 21 maggio. Orari: venerdì 21-22.30, sab e doni 10-12 e 75-78.

Eriberto Rossi
Il Collegio De Filippi di Varese, che sotto la lungimirante guida di don Michele Barban è ormai diventato uno dei più importanti istituti nazionali di formazione alberghiera e ristorazione, ha deciso di aprire uno spazio all'arte. Perché, come ci spiegano i responsabili, la cucina oltre che sapori e odori è anche composizione e colorì. Così, dopo Gaetano D'Auria, è ora il turno di Eriberto Rossi, le cui opere resteranno in parete per tutto il mese di maggio. Personaggio eclettico, Rossi vive e lavora ad Olgiate Olona e all'attività di fotografo alterna quella di pittore, in entrambi i casi con singolari definizioni di esiti. Ha già avuto modo di mettersi in vista in entrambi i campi, ottenendo numerosi riconoscimenti e lusinghiere recensioni di critica. Le sue tele poggiano su un naturai ismo sentito e decodificato secondo impressioni a prima vista, in cui emergono i colori come strutturali linee di forza. L'immagine, ridotta in tal modo ad una essenziale estensione di campiture, vive di paste alte, a volte grumose, in cui poche ma significative variazioni cromatiche arrivano all'incanto dei colori puri.
Eriberto Rossi - A Varese, Collegio De Filippi, via Brambilla 15; fino al 31 maggio. Orari: feriali 9-13 e 14-17.

Daniele Crespi torna a casa 
Busto  Arsizio  ricorda  con una grande mostra uno dei suoi figli più illustri: quel Daniele Crespi, pittore, che già Testoni ebbe modo di sublimare con alcuni appassionati scritti e che viene unanimamente riconosciuto  come uno degli artisti più significativi del Seicento Lombardo. Quella che si è aperta ieri a Palazzo Marliani Cicogna è la mostra evento dell'anno in provincia e si collega idealmente con la rassegna promossa lo scorso anno a Palazzo Reale di Milano sulla pittura di quel secolo in Lombardia. In tutto sono esposte settanta opere (dieci tavole, trentanove tele, due affreschi strappati, diciannove disegni) e otto dipinti di scuola, provenienti dai più qualificati musei italiani ed europei, quali: la Pinacoteca di Brera, le Gallerie dell'Accademia di Venezia, la Pinacoteca del Castello Sforzesco, il Museo Diocesano e la Pinacoteca Ambrosiana di Milano, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Louvre, il Prado, il Museo delle Belle Arti di Budapest. Ma non manca anche un qualificato apporto da parte del territorio e di privati: sei opere provengono dalla Basilica di San Giovanni Battista di Busto (tra le quali il celeberrimo «Cristo morto» e «Ritratto di  scultore») ed altrettante dalla Fondazione Carnaghi. Si tratta della prima grande mostra monografica dedicata al pittore bustese,  dopo che  le sue tele sono state presenti in esposizioni di grande significato storico-artistico.
Non è però la prima mostra che Busto Arsizio dedica a Crespi. Già nel 1989, sempre su iniziativa dell'amministrazione comunale e sempre con il patrocinio della Provincia e della Regione, era stata allestita alla Galleria Italiana Arte una selettiva mostra del pittore che, raccolta sotto il titolo «Daniele Crespi nelle raccolte private», presentava al pubblico 11 opere (tra le quali anche qualche inedito).L'esposizione, curata da Andrea Spiriti è organizzata dal Comune di Busto Arsizio, con l'alto patronato del presidente della Repubblica, il patrocinio della Provincia di Varese e della Regione. Anche in questa occasione non mancano opere mai esposte al pubblico e grandi capolavori, come - ad esempio - la «Pietà» del Prado e la «Deposizione» proveniente dall'Ungheria, oltre al milanese «Digiuno di San Carlo Borromeo» che per il vigore della trama coloristica, l'energia plastica e la severità della visione lo fanno accostare alla contemporanea pittura spagnola, in particolare allo Zurbaran.
Il percorso espositivo documenta tutte le tappe della sua carriera artistica (breve, poiché Crespi nasce a Busto attorno al 1597/8 e muore di peste nel 1630): dagli inizi nelle botteghe dì frescanti, sino ai contatti con Morazzone, Cerano, Moncalvo e Procaccino, per finire alla formazione (verso il 1623) di un proprio linguaggio classicista e di una propria scuola che lo porterà, attraverso le grandi committenze per gli Ordini religiosi, ad esaltarsi negli affreschi della certosa di Garegnano, un capolavoro che conferma la ricerca oggettiva tesa ad approfondire l'analisi di una precisa e sottile psicologia sostenuta sostenuta dalla Controriforma, ma ora con mezzi pittorici calibrati, ben oltre il manierismo.
Una mostra così importante non era mai stata organizzata a Busto, ma proprio per la notorietà del'artista e la qualità delle opere esposte è destinata a far convergere sulla «città delle cento ciminiere» l'attenzione di un pubblico molto vasto, proveniente dalla vicina Svizzera e da numerosi centri italiani. Oltre al necessario supporto alla pubblicizzazione, la città si sta quindi preparando ad offrire la dovuta accoglienza con tutte le necessarie strutture integrative. La rassegna, che tra l'altro è ad ingresso gratuito, si è inaugurata ieri e resterà in calendario sino al 25 giugno, con orario di apertura dalle 10 alle 19 (il venerdì fino alle 22). Sono inoltre possibili visite su prenotazione, sia alla mostra, sia ai cicli di affreschi presenti nelle certose di Pavia e di Garegnano. Viene inoltre proposto anche un itinerario autonomi di visite che comprende sette luoghi dove si trovano opere di Crespi fra Milano, Novara e Pavia. L'esposizione è supportata da un prezioso catalogo pubblicato da Silvana Editoriale. Sono previste anche due conferenze nella sede espositiva, entrambe con inizio alle 21 : «Daniele Crespi: certezze e novità» a cura di Andrea Spiriti (18 maggio) e «Le Arti del lusso nel Seicento Lombardo» il 25 maggio con intervento di Paola Venturelli.

L'arte? 25 tonnellate di pietre e legni
Sono serviti due Tir con 25 tonnellate di pietre e legni per allestire l'esposizione in corso alla Villa Panza del Fai a Varese. Non si trattava di realizzare una gigantesca decorazione pasquale, ma le installazioni progettate dall'artista inglese Richard Long (Bristol 1945). La sua poetica, strettamente connessa all'ambiente naturale, la si può credere veramente veramente semplice, come vuole il titolo stesso dell'evento, «Really really simple», o all'opposto difficile da accettare e comprendere nella sua valenza artistica. Richard Long, scrive nella presentazione Angela Vettese, «è un figlio ribelle della grande tradizione inglese, nel forte rapporto con la natura così come nel campo della scultura». Sin dalla fine degli anni 60 cammina, anche per lunghi percorsi, rapportandosi fisicamente e spiritualmente con l'ambiente che attraversa in solitudine. Segna i I terreno col suo andare, raccoglie sassi, dispone le pietre o i legni secondo geometrie primarie - cerchi, rettangoli, anelli, linee- mettendo ordine nel disordine della natura secondo modalità che evocano una ritualità millenaria. Compagno di strada del concettuale e dell'arte povera prende le distanze dalla Land art, monumentale e fonte di grandi impegni finanziari. Porta negli spazi espositivi fotografie e mappe, dispone in geometrie i materiali raccolti, mescola terre e acqua spruzzando fango sui muri che distende con i polpastrelli. L'illuminato collezionista Giuseppe Panza di Biurno, prestatore di sei delle sette installazioni esposte e curatore della loro collocazione assieme allo stesso Long, parla di un «artista sacerdote della natura, che vive camminando tra terra e cielo dove sì confonde con il suo creatore». Un video introduce a Villa Panza il percorso che si apre nella Scuderia grande con il circolo di pietre della Valle del Pellice e una spirituale croce di legnetti, a cui segue nella scuderia minore il rettangolo di legni lungo 15 metri (1976). Le emozioni si incrementano nel verde dei giardini, a cominciare dalla Bianca linea con frammenti di marmo di Carrara, proseguendo con le lastre scure di ardesia del «Madrid Circle», cangiante col variare dell'atmosfera, e con un serpente di 47 metri di pietre candide. Conclude «Arizona Circle», che suggerisce uno sguardo inedito su questa installazione: le aguzze pietre rosa disposte in cerchio si caricano di nuova vita sul pavimento in seminato veneziano del settecentesco salone neoclassico progettato dal celebre architetto Luigi Canonica.
Richard Long «Really really simple» - A Varese, Villa Panza, piazzale Litta; fino al 25 giugno. Orari: 10-18 escluso i lunedì non festivi. Ingresso (Villa + mostra): 9 euro (ridotti 5/1 euro).

Sacro monte, novità al museo Baroffio
Dal restauro all'acquisizione di importanti opere. E il Museo Baroffio e del Santuario del Sacro Monte, diretto da Laura Marazzi, si arricchisce grazie alle donazioni di collezionisti e di appassionati che credono nella nuova realtà museale e ne apprezzano la vivace e dinamica attività, recentemente sfociata con la pubblicazione di due Diari del Baroffio, il primo di Pietro C. Marani ed il secondo di Trento Longaretti. In un allestimento progettato appositamente per accoglierle, le quattro nuove acquisizioni, opere inedite, verranno poi inserite nella collezione permanente del Museo. SÌ tratta di un olio su tavola di Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 - Perugia 1869) datato 1867 e intitolato «Scena d'inquisizione», della terracotta dipinta «Madre e figlio» di Angelo Frattini (Varese 1910-1975) del 1970, della terracotta «Crocifissione con Addolorata» di Oreste Quattrini (Sesto Fiorentino 1919 - Varese 2005) del 1966 e di un olio su tavola dal titolo «La Croce» di Floriano Bodini (Gemonio 1933 - Milano 2005} del 1952-53. La tavola di Faruffini, caratterizzata da una pennellata rapida e nervosa capace di porsi tra Romanticismo e Realismo, colmerà l'assenza di opere ottocentesche; il dipinto di Bodini, dalle nette campiture di colore, e le sculture di Frattini e di Quattrini, dallo stile semplice e pacato nelle linee e nella composizione e nitide ed essenziali nel contenuto, arricchiranno la sezione di arte sacra contemporanea di tema mariano, una delle novità più apprezzate del restaurato museo.
Al Sacro Monte sopra Varese, Museo Baroffio e del Santuario, piazzetta Monastero, fino al 9 luglio, giov-sab-dom 9.30-12.30; 15-18.30, in maggio visite guidate gratuite e in giugno conferenze di approfondimento, info 0332/212042.

Angera - Dall'Antico Maniero della Rocca al Museo dedicato alla Bambola
Non si può negare che Angera, posta all'estremità meridionale della sponda lombarda del lago Maggiore, sia una cittadina alquanto scenografica grazie alla Rocca che la sovrasta dall'alto di uno sperone roccioso. Eretta nell'XI secolo dagli arcivescovi milanesi che lì si rifugiavano nei periodi travagliati del loro episcopato, passò nel '200 ai Visconti e nel '400 ai Borromeo che  ancora la possiedono.
Per raggiungerla bisogna prendere la centrale via Cadorna che, attraverso una serie di tornanti conduce al colle. Per accedere al maniero si varca una porta ogivale aperta nella torre d'accesso, e poi un portone conduce ai cortili. Proprio a ridosso della Torre castellana, dalla quale si gode un panorama di rara suggestione, sta l'elegante palazzina viscontea abbellita da monofore e bifore, che al suo interno conserva vari ambienti. Il piano nobile è occupato dal Salone dì Giustizia, ove si possono ammirare importanti affreschi: nelle lunette Figurazioni dello Zodiaco e alle pareti, oltre a immagini bizzarre e mostruose vi è il famoso ciclo che narra le gesta ed il trionfo dell'arcivescovo Ottone Visconti su Napo Torriani, rappresentativo capolavoro dipinto da ignoti artisti lombardi nel periodo di transizione dal romanico al gotico. Il lato meridionale del cortile nobile è invece occupato dalla cosiddetta ala Borromea, che conserva singolari affreschi riproducenti Figure e Pavoni, le Storie di Esopo, la Raccolta delle melagrane e i Trionfi del Petrarca.
La Rocca ospita inoltre il Museo della Moda Infantile e quello della Bambola. Quest'ultimo raccoglie bambole provenienti dalla collezione privata della principessa Bona Borromeo, ma anche da altre parti del mondo. Fatte di cera, cartapesta, tessuto, porcellana, celluloide e plastica, esse sono esposte accanto a mobili in miniatura, giocattoli, libri e giochi da tavolo. Ridiscendendo in paese è possibile visitare, all'interno dell'antica casa del Pretorio, il Civico Museo Archeologico, suddiviso in una sezione preistorica e in una romana. La visita può infine concludersi al Santuario della Madonna della Riva, situato sul lungolago, di fronte al suggestivo isolino di Partegora, ed edificato nel 1662 dopo che una pia donna vide piangere lacrime di sangue da una Madonna con Bambino posta dentro ad un'edicola.
Come arrivare: A8 direzione Sesto Calende; seguire per 3,5 km. la S.S. 33 e costeggiare il lago fino ad Angera.
Dove mangiare: 'Rocca d'Angera' via Castello Borromeo, 1 tel. 0331 931124. A pochi metri dalla Rocca con veranda panoramica sul lago; tra le spedalità: timballi di anguilla in foglia dì lattuga e tortelli di carpa regina.

A Palazzo Leone da Perego in mostra Kathe Kollwitz
Voglio che la mia arte serva a uno scopo. Voglio agire sul mio tempo'. Queste le parole che riassumono la poetica di Kathe Kollwitz (1867-1945), considerata la più grande artista tedesca di tutti i tempi, ora in mostra a Palazzo Leone da Perego a Legnano da sabato 8 aprile a domenica 25 giugno. Si tratta della più ampia mostra dedicata all'opera grafica della Kollwitz, un evento promosso dal Comune e dall'Assessorato alla Cultura in collaborazione con la Provincia di Milano e la Regione Lombardia, con il patrocinio dell'Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, del Consolato e del Goethe-Institut Mailand. 40 i fogli celebri e 70 le opere su carta esposte che documentano i 5 cicli tematici a cui Sino al 25 giugno si potranno 'gustare' le sue grandi opere l'artista dedicò la parte più significativa del suo lavoro, riuscendo a trasformare il suo dolore in grido di denuncia contro i crimini dell'uomo sull'uomo: il primo ciclo, che si compone di 6 fogli, 3 litografie e 3 acqueforti, racconta la rivolta dei tessitori, in cui la Kollwitz raggiunse esiti ragguardevoli, che diventarono superbi con il secondo ciclo ispirato alla storia tedesca, con particolare riferimento alla rivolta dei contadini del 1525. Sette xilografie compongono invece il terzo ciclo, dedicato alla Guerra, in cui l'artista manifesta il dolore per la perdita del figlio e per le atrocità subite. Sempre con la tecnica della xilografia Kathe Kollwitz da vita al quarto ciclo, composto da soli 3 fogli, ma di gran vigore compositivo e tecnico, ispirati al clima di fame che la Germania attraversa durante la Repubblica di Weimar. Invitata a tacere dal governo nazista, l'artista diede vita al quinto e ultimo ciclo: 8 litografie sul tema della morte. Il percorso espositivo, curato da Flavio Arensi (direttore artistico del Palazzo Leone da Perego) e da Micaela Manderà, verrà arricchito anche dalla visione del film 'Il viaggio di mamma Krausen', direzione artistica a cura della Kollwitz stessa e da un catalogo sull'opera dell'artista.  Sempre per gli amanti delle stampe, nella sede della Banca di Legnano (Largo Franco Tosi 9) si terrà, in contemporanea alla mostra della Kollwitz, 'Brahmsphantasie, Opus XII', esposizione al pubblico di 18 rare prove di stampa incise da Max Klinger, pittore, scultore e grafico visionario tedesco vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento.La mostra, a ingresso libero, è visitabile da martedì a venerdì dalle 16.30 alle 19, sabato dalle 16 alle 20 e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20. Scuole e gruppi potranno visitare la mostra anche la mattina, previo appuntamento telefonico al numero 0331471335.

La matematica non è un opinione
Anche per Max Bill la matematica non era un'opinione. Anzi, era talmente nei suoi pensieri, che la portò nelle sue creazioni. Parlò d'arte 'concreta', che «è nella sua ultima conseguenza la pura espressione della misura e della legge armonica. Essa ordina sistemi e con mezzi artistici da la vita a questi ordini». E in pittura chiamò il suo metodo 'matematico' o 'logico', principio applicato anche in scultura, grafica, design e architettura, essendo un creativo visivo a 360 gradi, oltre che un ottimo insegnante e teorico. A Max Bill (1908-1994) Palazzo Reale dedica un'ampia retrospettiva, con più di 200 opere, il cui percorso inizialesi lega al Bauhausdi Dessau, la celebre scuola tedesca del design e dell'architettura razionalista, dove l'allievo svizzero ha modo di frequentare, tra il 1927 e il 1929, artisti quali Kandinskj, Albers e Klee. Raccoglierà l'eredità del Bauhaus (chiuso dal nazismo) cofondando e progettando, agli inizi degli anni Cinquanta, l'Istituto superiore per la progettazione a Ulm.
In architettura - per Bill «la madre delle arti» - spazia dal progetto di un ponte a quello di un museo, dalla propria casa al padiglione svizzero per la Triennale di Milano del '36 e del '51. Nel disegno industriale la funzione deve generare una forma plasticamente bella, facile da ricordare: i suoi orologi a parete e da polso e lo «Sgabello di Ulm» sono dei classici. La sua pittura 'concreta', ovvero astratta e senza riferimenti al reale, nasce dallo spinto della geometria: il quadrato, dal '46, diviene l'elemento fondamentale. Nel tridimensionale lavora per oltre 50 anni sulla continuità infinita del «Nastro di Mòbius», il nastro congiunto alle estremità e girato di 180 gradi. Anche nella sua scultura prevale uno spirito razionale. Un amico gallerista raccontava che persino nel gioco del 'mikado' le sue
 asticele cadendo formavano delle sculture.
Max Bill - A Milano, Palazzo Reale, sino al 25 giugno. Orari: da martedì a domenica ore 9.30-19.30, 9 euro, cat.Electa. T. 02/43353522.

E Mantova riscopre Semeghini e il Chiarismo
Una mostra imponente quella che si è recentemente aperta a Palazzo Te di Mantova sotto il titolo «Semeghini e il Chiarismo tra Milano e Mantova». Una rassegna molto qualificata che ha dalla sua anche indubbi meriti, in quanto sotto la guida di un gruppo dì critici d'arte alquanto competenti (fra i quali la sempre lucida Elena Pontiggia e Renzo Margonari) viene finalmente presentata una lettura filologicamente articolata di una tendenza che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia dell'arte nazionale. Ci sembra dì non sbagliare definendo il Chiarismo più un comune sentire che una ricerca espressiva codificata; un fenomeno poetico, prima ancora che pittorico, nato dalla esigenza di un certo intimismo, cioè di una pittura di interni raccolti, di nature morte diradate, di paesaggi sereni e luminosi. Le opere in mostra sono 130, tutte significative, diverse inedite, molte raramente esposte (tanti i capolavori). Al centro della rassegna c'è la vicenda di Pio Semeghini (1878-1964), a Parigi dal 1899 al 1914, fra i protagonisti del «Gruppo di Burano» di cui fu con Gino Rossi il maggior rappresentante esponendo alle mostre di Ca' Pesaro, ma solo a partire dal 1919. La sua è una pittura affidata a colori delicati e povera di materia, sorretta da una struttura grafica essenziale e dall'apparenza fragile. Attorno a questo nucleo principale ruotano splendidi lavori di Birolli, Broggini, Sassu (i cosiddetti pre-chiaristi) ed una quarantina di opere del gruppo chiarista di Milano, con Del Bon, De Rocchi, Lilloni, Spilimbergo, De Amicis, Renato Vernizzi e Gottardo Padova (due preziosi recuperi), vicini a Semeghini, ma connotate da una poetica dagli accenti primitivistici che si contrappongono alla composizione classica del disegno semeghiniano.Di indubbio interesse pure la documentata partecipazione alla «maniera chiara» di alcuni artisti mantovani, quali: Oreste Marini, Carlo Malerba, Giulio Perina, Giuseppe Facciotto, Maddalena Nodali, Giuseppe Lucchini, Ezio Mutti, Ermanno Pittigliani.
Semeghini e il chiarismo - A Mantova, Palazzo Te; fino al 28 maggio. Orano 9-18, lunedì chiuso. Catalogo Silvana Editoriale. Info 0376/323266.      

Vicini alle stelle grazie alla fotografia
Una grande mostra dedicata a tre straordinari fotografi del cinema e dello spettacolo. Sam Shaw, Tazio Secchiaroli e Chiara Samugheo sono gli autori degli oltre trecento scatti che la Fondazione Mazzetta di Milano propone agli appassionati del cinema degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta in Vicini alle stelle. Trai numerosi volti noti, selezionati nella documentazione raccolta dai curatori Armand Deriaz e Uliano Lucas, spiccano quelli di Marilyn Monroe, Marlon Brando, Sofia Loren e Marcelle Mastroianni. Shaw, il newyorkese dell'East Side, diventa famoso proprio grazie allo straordinario ritratto di Marlon Brando in maglietta nel film «Un tram chiamato desiderio» del 1951 e, dall'anno seguente, anche per la vicinanza all'eterna diva Marilyn ripresa sia sul set cinematografico sia nei momenti più intimi e familiari. Secchiaroli ritrae una rappresentazione parallela del set: coglie i momenti di relax, di vita, di eccitazione e di dolcezza tra Ì componenti della troupe. Da qui gli indimenticabili scatti realizzati durante le riprese di «Arabesque» di Stanley Donen con la Loren e Gregory Peck(1966) e quelli di «8 e mezzo» (1962) di Federico Fellini con Mastroianni. Samugheo, amica e confidente di attrici come Claudia Cardinale, Virna Lisi, Gina Lollobrigida e Monica Vitti, fotografa le dive in un modo nuovo: strettamente legato al gusto e alla moda di quei favolosi anni Sessanta.
«Vicini alle stelle» - A Milano, Fondazione Antonio Mazzotta, Foro Buonaparte 50, fino al 25 giugno, Ingresso 5,50/4,50 euro, mar-dom 10-19.30; mar e giov 10-22.30, Cataloghi Mazzotta, per informazioni telefonare alo 02/878197.

Quadri, quadri, quadri...di Dessì
 Dopo l'omaggio a Emilio Vedova, la Galleria Salvatore + Caroline Ala, propone un altro artista di levatura internazionale: Gianni Dessì, del quale è attualmente in corso un'ampia retrospettiva al Museo d'Arte Contemporanea di Roma. Sotto il titolo 'Quadri quadri quadri' vengono proposte opere storiche accompagnate ad altre seguite appositamente per la mostra in corso, tali da abbracciare un periodo compreso fra i primi anni Ottanta sino ad oggi. Le opere, tutte di grande formato, eccetto sette disegni concepiti in una informalità di neri tali da creare un'intensa armonia del mistero, racchiudono attraverso elementi geometrici di universale lettura, eseguiti lontano da regolarità empiriche, una doppia valenza simbolica: paiono stabilire l'inizio e il termine di lettura di ogni lavoro. Attorno alle loro forme, si muovono, turbinano o si stratificano gli elementi dell'agire pittorico: segno, colore, gestualità. Nelle opere di Dessi il movimento è incessante, i ritmi travolgenti, tutto è in fermento: una genesi continua in cui l'artista pone in rilievo, rispetto alla superficie piana, elementi geometricamente definiti.
Gianni Dessì - A Milano, Galleria Salvatore + Caroline Ala, via Monte di Pietà 7, fino al 13 maggio, mart/sab 70-79, info allo 02/8900901.

Verso Venezia, con tante soste
Con la stagione primaverile, arriva il periodo in cui, complici alcuni «ponti», si può pensare a brevi periodi di ferie durante i quali alla scoperta delle bellezze paesaggistiche ed al piacere della buona tavola si può unire la scoperta di isole particolari dell'immenso patrimonio artistico nazionale. Anzi, la vicinanza dei luoghi in cui sono promosse alcune importanti mostre, può diventare addirittura motivante per promuovere una sita nel corso di un weekend. Sotto questo profilo gli itinerari potrebbero essere molti. Ci limitiamo a segnalarvene alcuni.
Il primo percorso è tracciabile nel Veneto ed ha come meta finale Venezia dove al Museo Correr è in corso sino al 16 luglio una esposizione dedicata a Jean Arp e Sophie Tauber. Centoquaranta opere tra dipinti, sculture, disegni, collage, marionette, progetti di architettura e arredamento, documentano e svelano il rapporto umano ed artistico fra due personalità che hanno contribuito a segnare la storia dell'arte del Novecento.

Villa panza, semplicemente Long
A Varese, nelle scuderie, nel salone neoclassico del Canonica e nei meravigliosi giardini, la settecentesca Villa Panza del Fai mette in mostra le sette singolari installazioni di pietre e di rami dell'inglese Richard Long, uno dei maggiori protagonisti contemporanei dell'arte ambientale, 'sacerdote della natura'. L'esposizione, di cui parleremo ampiamente la prossima settimana, consente di cogliere il variabile rapporto che si instaura tra le opere e i singoli spazi in cui sono collocate, riservando allo spettatore attento momenti di stupore e di silenziosa riflessione.
Richard Long 'Really really simple'. A Varese, Villa Panza, piazale Litta; fino al 25 Giugno. Orari:10-18 tutti i giorni escluso i lunedì non festivi. Ingresso(Villa e mostra) 9 euro, ridotti 5 euro.

Itinerari d'arte per girovaghi
Sono quasi impensabili itinerari d'arte che non conducano in Toscana ed in Umbria, dove anche i centri più piccoli sono fonte di continue rivelazioni. Ma lungo il viaggio non mancano occasioni degne di nota per le quali vaie la pena di fare qualche disgressione. A Mantova, ad esempio, fino al 4 giugno, Andrea Mantegna è il protagonista di un'ampia esposizione allestita nella sua casa. Documenti autografi, libri, sculture e dipinti degli anni mantegneschi sono stati concessi da prestigiosi musei italiani e stranieri con l'obiettivo di illustrare ampiamente il profilo artistico del pittore durante i suoi cinquant'anni di attività a Mantova alla corte dei Gonzaga. Fra le opere esposte merita una citazione un capolavoro in assoluto quale il «Redentore» del Museo di Correggio. Una importante sezione della rassegna è riservata alla presentazione, ricorrendo a ricostruzioni virtuali di straordinaria efficacia, dei più importanti lavori dell'artista.
Orari: da martedì a domenica 10-18, 5/3 euro, catalogo Silvana Editoriale.

Parma ricorda invece i 900 anni della sua celebre cattedrale con una mostra affascinante dedicata al «Medioevo nelle Cattedrali». La rassegna è organizzata alle Scuderie del Palazzo della Piletta (sino al 16 luglio) ed è collegata ad un'altra esposizione presso il Vescovado dal titolo «II Cantiere della Cattedrale». Tra i tanti pezzi esposti, provenienti da tutta Italia, meritano una sottolineatura una ventina di reperti di età carolingia e ben 11 opere di Wiligelmo e dei suoi immediati seguaci.
Orari: da martedì a domenica 9.30-19.30, 10/8 euro (da diritto a visitare diverse mostre e luoghi, aperti anche il 24 aprile e 1 ° maggio).

Vicino a Parma, a Mariano di Traversatelo, la Fondazione Magnani Rocca ospita una intensa carrellata sull'arte del Novecento raccolta sotto il titolo «Da Monet a Boltanski».

Orvieto si muove verso la riapertura dell'Opera del Duomo, aprendo una rassegna dal titolo «Le Stanze delle meraviglie. Da Simone Martini a Francesco Mochi» con un percorso che presenta anche capolavori di Arnolfo di Cambio, Luca Signorelli, Gianbologna, Giovanni Caccini, Sandro Botticelli, Bartolomeo di Giovanni, Raffaellino del Garbo.
Sino al 7 gennaio; orari 10-18 fino a giugno, 10-13 e 15-19 fino ad agosto; 5/4 euro; catalogo Silvana Editoriale

Se passate da Assisi ricordate di fermarvi per osservare i pazienti lavori di restauro e di recupero dei celebri affreschi: ne vale la pena. Infine, a Monteralco, in provincia di Perugia, è stato aperto il complesso museale di San Francesco nel quale è stata allestita una personale del pittore Luigi Frappi. Per l'occasione si potranno visitare anche la cripta (dove è stata risistemata la raccolta archeologica) e le antiche cantine del convento (dove si produceva il Sagrantino) tornate alla luce durante i lavori. In tali cantine è allestita una esposizione di materiali del Settecento e Ottocento utilizzati per la lavorazione del vino.
Fino al 27 agosto; orari: 10.30-13 e 14-18, 5/3 euro.


Premio Ghiggini per l'arte giovane
Alla Ghiggini sono esposte tre opere per ognuno dei dieci artisti under 30 provenienti da Lombardia, Canton Ticino e Verbania Cusio Ossola selezionati dalla qualificata giuria della V edizione del «Premio Ghiggini arte giovani di pittura e scultura». La gamma di proposte va da una figurazione d'impronta accademica alle più attuali esperienze artistiche. Il vincitore sarà proclamato venerdì 5 maggio alle ore 18. I creativi in lizza sono: Silvia Alberghini, Simone Berrini, Jessica Cappellari, Anna Fracassi, Luca Castaido, Francesco Gibin, Andrea Gnocchi, Chiara Longaretti, Paola Ravasio, Francesca Testoni. A Varese, Galleria Ghiggini, via Albuzzi 17, fino al 6 maggio. Orario: mart/sab 10-12.30 e 15.15-19.15. Aperto prima domenica del mese. Info allo 0332/284025.

Grande mostra a Villa Olmo - A Como l'impero di Magritte
Villa Olmo, a Como, apre i suoi spazi per ospitare una rassegna destinata a rafforzare una iniziativa culturale cominciata qualche anno fa ed a riproporre la vocazione turistica della città lariana.
Così, dopo Joan Mirò e Pablo Picasso, ecco un'altra mostra riservata ad un grande maestro. La rassegna dedicata al belga Rene Magritte (1898-1967), pittore surrealista per antonomasia, ampiamente conosciuto anche a livello popolare, presenta una serie di opere già note al grande pubblico (diversi anni fa ci fu una retrospettiva, altrettanto significativa, al Palazzo dei Diamanti di Ferrara) assieme ad altre ancora poco note, ma la suggestione che questi lavori sanno imporre è sempre alta ed inafferrabile. Tant'è che, alla fine della visita di un articolato percorso composto da sessanta dipinti ad olio e venti tra disegni e lettere illustrate, ci sentiamo costretti a chiederci se accanto alla vita che abitualmente consumiamo nel corso dei giorni non esista una parte del nostro Essere, ancora sconosciuta, che si dipana lungo altri sentieri in cui memoria e subconscio sostituiscono, attraverso un sottile gioco di percezioni, la razionalità.
Alla bellezza, che oseremmo definire mistica per l'alea di mistero che pervade le immagini, si aggiunge infatti, nella manipolazioni di cose comuni, anche una capacità interlocutoria che tende a condurci, attraverso le stesso forme oggettive, oltre quella che noi definiamo «realtà». Del resto, per comprendere appieno l'opera del pittore, occorre rifarsi al suo pensiero (che trova radici in Leonardo): la pittura è «cosa mentale», una proposta di riflessione o un'idea che deve prendere forma attraverso di essa, mantenendosi entro i limiti della riproduzione del mondo visibile. Non a caso, la pittura di Magritte, attraverso la riproduzione fedele di ambienti quotidiani, impone una riflessione che tende a mettere in discussione ciò che si da per scontato. Per comodità di lettura della mostra, ricordiamo che l'artista, dopo alcune esperienze postcubiste e futuriste, nel 1925 si avvicina ai Surrealisti. A differenza di questi ultimi però, egli non cerca mai di creare nuove forme o di rompere l'oggetto. Certe associazioni di idee possono suggerire accostamenti irrazionali, ma l'artista confronta degli oggetti in incontri apparentemente sconcertanti, comunque capaci di creare degli eventi poetici. Ecco allora le forme dove uno strumento musicale brucia, un corpo assume le venature del legno, una rosa sostituisce il cuore. Poi, a partire dal 1936, Magritte affronta la suggestione legata all'analogia delle forme, cercando di scoprire un rapporto contenuto-contenitore (una foglia gigantesca diventa un albero, i contorni di una colomba contengono il cielo). Infine, dopo un periodo di attenzione all'impressionismo, ritorna al surreale con immagini di eguale fascino ma minor originalità.
René Magritte. «L'impero delle luci» - A Como, Villa Olmo, via Cantoni 1; fino al 16 luglio. Orar/: martedì-giovedì 9-20, venerdì-domenica 9-22, lunedì chiuso. Catalogo Ludion. Info 031/252352.

Parigi, luci e colori nei luoghi dell'Impressionismo
Raccontavano, con i pennelli, la «dolce vita» parigina alla fine dell'Ottocento. Nei loro quadri ci mettevano la luce e tanti colori, scombinando le regole classiche della pittura, testimoniando i cambiamenti della società che si stava industrializzando. A Parigi vissero la loro avventura i più grandi artisti impressionisti. Arrivavano da tutto il mondo, studiavano alla Scuola delle Belle Arti, discutevano seduti ai caffè, facevano vita mondana al limite della trasgressione e degli scandali. Rifiutati dalla critica del tempo, vendevano a pochi soldi i propri lavori per pagarsi un buco dove dormire e qualcosa da mettere sotto i denti. Consapevoli, però, di aver intrapreso un viaggio incredibile. Altrettanto incredibile può essere il viaggio che insegue i loro passi. Partendo dal Musée d'Orsay di Parigi, un'ex stazione ferroviaria dalla particolare architettura, dove sono raccolte le opere più significative e famose di arte impressionista. Qui, in occasione dell'anno che celebra il centenario della morte di Cézanne, è in corso (fino al 28 maggio) la mostra «Cézanne e Pisarro 1864-1885». I due pittori, che furono molto amici, seppero influenzarsi a vicenda e allo stesso tempo distinguersi con originalità (disse Pisarro: «Ciò che è curioso e la somiglianza che esiste tra certi paesaggi di Auvers, di Pontoise ed i miei. Perbacco, eravamo sempre insieme! Ma ciò che è certo, è che ognuno di noi custodiva la sola cosa che conta, la sensazione»). Approfittando dell'esposizione non è da mancare la visita agli altri capolavori impressionistici custoditi al Musée d'Orsay: Monet, Renoir, Guillaumin, Sisley, Bazille, Degas, Van Gogh, Manet... (gli altri musei impressionisti da non perdere: Musée Marmottan-Monet, Musée de Montmartre). L'itinerario sulle tracce dei colori e della luce passa dai luoghi dove i pittori, piazzato il cavalletto in strada, dipingevano scene di vita trasmettendo l'atmosfera dell'epoca. Tantissime le tele che raffigurano gli scorci del quartire Saint-Lazare, girando a zonzo per Montmartre si possono riconoscere, tra i tanti scorci, le pale del mulino della Galette (ispirò il famoso «Bal du Moulin de la Galette» di Renoir), oppure le Lapin Agile (cabaret preferito da Pisarro). E ancora, passeggiando lungo ia Senna, si ha l'illusione di rivivere la Parigi cosmopolita di fine Ottocento (da visitare alla Conciergerie, fino all'8 maggio, «La Senna dei fotografi» rassegna fotografica dedicata al fiume che ispirò i più importanti scatti tra cui quelli di Henri Cartier-Bresson; info www.monum.fr). Dalla stazione di Saint-Lazare, gli impressionisti partivano, con il treno a vapore che tanto solleticò l'immaginazione degli artisti, verso la campagna dell'Ile-de-France. Le rive della Senna furono luoghi di ispirazione e alcuni luoghi, come la maison Fournaise a Chatou, sono rimasti nella storia grazie alle luminose pennellate di Renoir. E ancora, l'Ile-Saint-Denis fu teatro del famoso «Déjeuner sur l'herbe» di Manet che fece tanto scalpore (da vedere: Musée Fournaise a Chatou; Musée de la Grenouillère a Croissy; crociere nel cuore di «Lepaysdes impressionnisistes» a Marly-le-Roi). Allontanandosi sempre più da Parigi, in direzione Auvers-sur-Oise, si ha la sensazione di ritovarsi in un susseguirsi di dipinti. E'a Auvers la celebre chiesa immortalata da Van Gogh, così pure il museo Daubigny, le Chateu che propone al suo interno un percorso del movimento impressionista dalla sua nascita alla dissoluzione; www.chateu-auvers.fr), la casa del dottor Cachet dove si incontravano numerosi artisti, la locanda Ravoux e il museo dell'Assenzio, la «fata verde» musa di molti pittori e non solo (da maggio a settembre 2006 un treno diretto speciale partirà ogni mattina dalla stazione Paris-Gare du Nord collegandola con Auvers-sur-Oise; www.pidf.com). Pontoise è la meta alla scoperta della produzione di Pissarro (Musée Pisarro, www.ville-pontoise.fr) dove scopire stradine, quartieri e campagne ritratte nelle tele che ora si ammirano al musèe d'Orsay nella rassegna dedicata proprio a lui e a Cézanne. Ma l'itinerario sui passi degli impressionisti paesaggisti non può non toccare Barbizon dove e imperdibile la casa-atelier di Millet e la famosa locanda Canne che conserva sulle pareti le tracce del passaggio di numerosi artisti (Auberge Canne, www.seine-et-marne.fr). E ancora, la cittadina medievale Moret-sur-Loing (qui le tracce di Sisley), Fontainebleau (Monet, Renoir e ancora Sisley) e le rive della Marne (Guillaumin, Monet, Ronoir, Manet...). Occasione immancabile per gli appassionati d'arte: la notte del 20 maggio (dal tramonto all'una) i musei organizzano eventi inediti e originali all'insegna di un altro modo di fare cultura wwww.nuitdesmusees.culture.fr).

L'Europa mette in mostra gli italiani
Rembrandt & Caravaggio.Nel 2006 si ricorda la nascita, 400 anni fa, di Rembrandt. Musei di tutto il mondo hanno prestato sue opere ai musei di Amsterdam e Leiden (Leida) in occasione di «Rembrandt 400»: rassegna dedicata al grande pittore del Secolo d'Oro nel corso di tutto l'anno. Di grandissima importanza la mostra «Rembrandt & Caravaggio», straordinario raffronto dei geni dell'arte figurativa barocca: oltre 25 capolavori provenienti da diversi musei internazionali al Museo Van Gogh di Amsterdam fino al 18 giugno (www.rembrandt-caravaggio.nl). Per l'occasione dell'anno di Rembrandt sono stati creati ad Amsterdam e Leiden alcuni itinerari ad hoc (www.holland.com), e giri in battelli lungo i canali della capitale olandese dedicati al pittore (www.canal.nl).

Michelangelo inedito al British
Pittore, scultore, architetto, letterato e pensatore: la complessità di Michelangelo affascinava i suoi contemporanei e da sempre impegna gli studiosi. E in tutta la sua lunghissima e variegata carriera, solo una forma creativa ha costantemente raccontato la vita e il processo creativo del genio rinascimentale: i disegni e gli schizzi preparatori delle sue opere. E' per questo che la mostra «Michelangelo drawings: deserto the master» («Disegni di Michelangelo, più vicino al maestro») al British Museum di Londra, con i suoi 90 disegni in mostra, rappresenta, nelle parole dei curatore Hugo Chapman, una sorta di biografia dell'autore della «Pietà», come forse neanche i saggi a lui dedicati riescono a narrare. Si tratta di opere mai viste in Italia, tratte dalle collezioni dello stesso museo londinese (la maggiore fuori da Firenze), dall'Ash-molean Museum di Oxford, e dal Teylers Museum di Haarlem in Olanda.

«Italia nova» raccontata a Parigi
Fino al 3 luglio il Gran Palais di Parigi ospiterà un'importante rassegna dedicata all'arte italiana della prima metà del ventesimo secolo. La mostra, intitolata «Italia nova. Un'avventura dell'arte italiana, 1900-1950)» porta a Parigi opere dei appartenenti al futurismo, alla «misura classica» (De Chirico e la Metafisica; il Realismo magico e Novecento) e omaggia Giorgio Morandi presentando un nucleo di dieci nature morte (www.mart.trento.it, 800397760).


Berlino ospita Roberto Giaccio
A Berlino va in scena, fino al 25 giugno, un'ampia esposizione monografica dell'opera di Roberto Giaccio, artista operante a Milano e rinomato nel panorama internazionale. L'esposizione, al Kulturforum Potsdamer Platz dei Musei statali di Berlino), presenta il percorso di lavoro e il pensiero dell'artista dal 1990 a oggi, con oltre cento opere caratterizzate dal dialogo tra arte e filosofia (www. smb.museum/kk, www.kupferstichkabinett.de).


Madrid onora Alberto Burri
Un'accurata selezione di lavori di Alberto Burri, realizzati tra il 1949 e il 1994, sono in mostra fino al 29 maggio al Museo Reina Sofia di Madrid. La rassegna, dal titolo «Alberto Burri», offre una visione completa dell'artista nato a Città di Castello nel 1915 e morto a Nizza nel 1995, la cui produzione si basa sui materiali, sul loro peso, il colore, l'intensità della luce e la struttura interna (+3491 7741000).

Il vero Codice da Vinci al di qua di Dan Brown
Nelle trappole storico-artistiche tese dal «Codice da Vinci» di Dan Brown ci cascano ancora oggi molti lettori del romanzo. A sfatare, per certi aspetti, l'idea di fondo di un Leonardo esoterico e negromantico, vengono ora le iniziative del Comune di Milano volte a mostrarci un genio che da autodidatta incrementa negli anni la sua cultura di artista di bottega (quella fiorentina del Verrocchio) per portarsi nell'alveo dei maggiori studiosi del suo tempo. L'epoca è quella di Ludovico il Moro a Milano: dal 1482 (Leonardo è artista trentenne) sino al 1499, quando le truppe francesi fanno il loro ingresso nella città lombarda. Il sommo vi ritornerà nel 1506 (proprio cinque secoli fa) per rimanervi fino al 1513. Punto focale dell'iniziativa, al Castello Sforzesco, l'esposizione del Codice Trìvulzia-no, composto dal Vinci nella prima parte del suo soggiorno milanese (l'altro straordinario documento a Milano è il monumentale Codice Atlantico della Biblioteca Ambrosiana). Conduce verso la sede espositiva un percorso visivo pubblico realizzato con decine di pannelli illustrati: «Il codice svelato», che si snoda lungo via Dante «I Navigli di Leonardo», in via Mercanti. In apertura l'excursus biografico del genio toscano, cui segue la sua presenza a Milano; si entra poi nel vivo dei suoi molteplici appunti e illustrazioni riuniti nei codici, redatti 'alla mancina', scrivendo da destra verso sinistra e ribaltando le lettere in modo speculare: studi e riflessioni di una figura poliedrica, divoratore di sapere, dei meccanismi che regolano natura e universo, mente instancabilmente produttiva. Chiude l'affascinante terna del «Cenacolo». Il quaderno di appunti e disegni redatto dopo il 1483 e sino al 1490, detto Codice Trivulziano, dalla denominazione della biblioteca che lo conserva al Castello, è visibile nella Sala delle Asse, in cui Leonardo aveva dipinto robusti tronchi di gelso o moro (che si lega al nome del committente) sviluppati nella volta in un fantastico intreccio vegetale, ancora oggi leggibile. L'allestimento si affida a solide bacheche: su tre lati dello spazio sono esposte le riproduzioni con relative spiegazioni delle 124 pagine che compongono il codice, mentre al centro, in una disposizione a croce, è in mostra una sorta di biblioteca di Leonardo (superlativi codici miniati sforzeschi e libri a stampa di fine 400) e il piccolo Codice Trivulziano. Aspetto singolare del codice - oltre agli studi di architettura militare e religiosa, tra cui quelli sul tiburio del Duomo - sono le liste di vocaboli, testimonianza del suo lavoro Quotidiano per impadronirsi degli strumenti linguistici propri dei «letterati», necessari ad affermare la piena dignità scientifica del suo lavoro di sperimentatore, lui «omo sanza lettere».
Il Codice di Leonardo da Vinci. A Milano, Castello Sforzesco - Sala delle Asse, fino al 21 maggio; 3 euro. Orari: mart/sab 9-17.30. Catalogo Electa. Info 02/88463825.

Premio alla carriera a Valerio Adami
Il Museo d'arte moderna di Lissone, nato come presenza stabile di uno dei più qualificati concorsi di pittura nazionali (il Premio Lissone) ed ora affidato ad un critico di grande coerenza intellettuale come Luigi Cavadini, consegna a Valerio Adami il «Premio Lissone alla carriera» ed allestisce nei suoi spazi una personale che documenta il percorso creativo dell'artista con un doveroso riferimento alle opere presentate al Premio Lissone nelle edizioni del 1961, 1965 e 1967. «Adami d'après Adami» è una mostra di assoluta qualità, che presenta opere considerate rappresentative della produzione dell'artista d'origine bolognese, a cominciare da alcune grandi tele come «L'incantesimo del lago» del 1984, «Tramonto» del 1990, «Penthe-silea» del 1994 e «Paesaggio sul Gange-Banaras» del 1996. A questi lavori vengono accostati una ventina di disegni, fonte primaria nella singolarità espressiva di Adami, ed un gruppo di grandi cartoni. Fra questi spiccano quelli eseguiti fra il 2002 ed 2003 per le scenografie de «L'Olandese volante» di Richard Wagner commissionate dal Teatro San Carlo di Napoli. La pittura di Valerio Adami trova le sue radici in una personalissima adesione alla Pop Art ed in particolare nella ricerca di Roy Lichtenstein che vede l'americano adottare figure tratte dai fumetti. I soggetti non partono però dalla cultura popolare, ma da una visione colta dell'esistenza e della complessità dell'esperienza umana, che lo porta a soluzioni formali più dichiaratamente pittoriche e non prive di sentori psicologici, nel solco della miglior tradizione europea. Abbandonate le potenzialità descrittive del segno per approdare ad un disegno di sintesi e fortemente riassuntivo, Partista costruisce le sue immagini facendo propria una nitidezza compositiva basata su contorni delimitati da tratti neri e da piatte campiture cromatiche, che scandisce il senso delle forme.
Ettore Ceriani «Adami d'après Adami» A Lissone, Museo d'arte contemporanea, viale Padania 6; fino al 4 giugno. Orari: feriali dalle 15 alle 19, sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19, II lunedì chiuso. Catalogo Silvana Editoriale. Per informazioni chiamare ilnumero 039/2145174.

Igloo e veicoli rifugio: case 'alternative' per senzatetto
Ricercata o casuale la contiguità temporale col Salone del mobile è una sollecitazione efficace per ragionare di 'strategie alternative dell'abitare'. Succede al Pac grazie a una mostra fa cura di Gabi Scardi) che testimonia come lo smisurato tema della casa e dunque dell'abitare sia al centro dell'opera di molti artisti contemporanei. Ulteriormente motivati, questi ultimi, a sviluppare la loro progettualità e inventività laddove il disagio si fa estremo, lasciando agli architetti il compito di preoccuparsi dell'ordinaria amministrazione. È la sfera extra ordinaria a sedurre infatti gli artisti che partecipano a questa rassegna. Se si eccettuano le interpretazioni in chiave metaforica offerte da pochi, come Carlos Garaicoa, Mircea Cantor o Silvio Wolf, gli altri affrontano il tema alla lettera. Di più: non nascondono, nelle loro invenzioni, l'ambizione di offrire soluzioni socialmente rilevanti e, perché no, funzionali. A far fronte ai problemi dei senzatetto, per esempio, a cui pensa Wodiczko con i suoi veicoli rifugio realizzati con i carrelli della spesa; oppure Rakowitz, inventore degli igloo di plastica. Ma utili anche nei casi di insediamenti urbani spontanei e illegali, cui sono interessate Marjetica Potrc e Maria Papadimitriou. La tenda di Dré Wapenaar favorisce il contatto con la natura. Mentre è l'ironia l'astro guida di Atelier van Lieshout ed è una naturale attitudine visionaria e antiretorica ad animare artisti come Acconci e Durham. Less. Strategie dell'abitare. Pac, via Palestra 14. Dal 5 aprile al 8 giugno. Catalogo 5 Continents Editions.

La collezione Koelliker a Palazzo Reale
Se una mostra documenta l'arte lombarda tra '600 e 700 si può star certi: qualche opera della collezione Koelliker c'è sempre. Basterà ricordare rassegne recenti come 'L'anima e il volto' e 'Il gran teatro del mondo' a Palazzo Reale o 'Il ritratto in Lombardia da Moroni a Ceruti' al Castello di Masnago, fitte di prestiti generosamente accordati da Luigi Koelliker che, dall'alto degli oltre 1.500 esemplari della sua raccolta, non ha mai faticato troppo ad accontentare le esigenze di studiosi e curatori di mostre. È la prima volta però che il collezionista milanese espone un nucleo omogeneo di opere nell'ambito di una rassegna (promossa dal Comune e dalla Fondazione Mazzetta) che da conto appunto della folta presenza dì 'maestri del '600 e del 700 lombardo' nella sua raccolta. Sessantanove dipinti, molti dei quali esposti per la prima volta, selezionati da Francesco Frangi e Alessandro Morandotti. I due storici dell'arte, impegnati nella catalogazione della collezione Koelliker, tracciano un percorso ideale attraverso due secoli di produzione pittorica in terra lombarda, a partire dai protagonisti della stagione borromaica fino a Fra' Galgario e Giacomo Ceruti. I maestri del '600 e 700 lombardo nella collezione Koelliker Palazzo Reale. Dal 1° aprile ai 2 luglio.

Riapre l'Acquario, più grande e più moderno
La facciata Liberty dell'Acquario civico in uiale Gadio 2 Riapre finalmente l'Acquario civico di Milano, nella storica sede di viale Gadio 2. I lavori di ristrutturazione erano iniziati nel 2003 e in questi anni le attività della 'stazione idrobiologica' avevano avuto una sede provvisoria. La palazzina in stile Liberty viennese che ospita l'Acquario risale al 1906, fu progettata dall'architetto Sebastiano Locati per l'Esposizione Internazionale di Milano, faceva parte del Padiglione della pesca. Fu poi donata al comune di Milano e divenne anche un centro di ricerca, la 'Stazione di Biologia e Bioidrologia Applicata', inaugurata nel 1908. Le antiche facciate esterne, ricche di decorazioni e fregi, non hanno subito cambiamenti, mentre l'interno è completamente rinnovato e tecnologizzato. Il sotterraneo è stato recuperato e così ora i piani visitabili dal pubblico sono tre La parte espositiva, con le vasche, none più statica, museale, ma vuole indicare il percorso dell'acqua, da vapore a pioggia a fiume e ritorno, e la sua importanza per la vita. Saranno mostrati il viaggio di un fiume, l'ambiente marino e quello di un lago prealpino. L'intento è anche ricordare che Milano è una città d'acqua, di Navigli, ma anche di rogge, fontanili e risaie. Le nuove vasche sono modernizzate e panoramiche. Al primo piano si trovano una sala convegni da cento posti, la biblioteca scientifica e spazi destinati all'attività di ricerca e di laboratorio. C'è anche un terrazzo coperto, battezzato 'Giardino d'inverno' e in futuro ospiterà spazi di ristoro, un bar e una libreria specializzata. Inaugurazione sabato 1 aprile alle 14.30. Viale Gadio 2; tel. 02.804487; www.acquariocivico.mi.it

Omaggio a De Pisis
Ferrara, città natale dell'artista, dedica - nella ricorrenza dei cinquant'anni dalla scomparsa - una grande mostra a Filippo De Pisis (1896-1956). Probabilmente per la compiutezza del percorso e la rappresentatività delle opere esposte, una delle più importanti mai realizzate, con ben quarantanove olii e duecentocinquanta lavori su carta provenienti dalle maggiori gallerie d'arte moderna e contemporanea. La rassegna comincia con uno dei primi esercizi pittorici dell'artista, « Passeri » del 1908, quando ancora De Pisis era più interessato agli studi letterari (si laurea poi in Lettere all'Università di Bologna), e prosegue con «Natura morta col martin pescatore» (1925) che segna un salto di qualità del suo lavoro pittorico, staccandosi dalla tradizione ottocentesca, e «Le cipolle di Socrate» (pure del '25, nella foto), una personalissima rivisitazione della pittura metafisica. In effetti, Filippo De Pisis si interessò sempre ai vari movimenti artistici del suo tempo più per necessità di approfondimento culturale che per convinzione. Per questo, nell'ambito del Novecento nazionale ed Europeo, l'artista fini per operare in una posizione eterodossa, fuori da ogni schematismo di corrente, ritagliandosi una posizione personale e intensamente poetica. Se nell'esperienza  metafisica ed  in quella maturata nei primi anni parigini le sue opere mantengono ancora una certa solidità d'impianto, dal 1930 in poi l'immediatezza gestuale, già presente come importanza data al tocco, diventa dominante, arrivando, col passare degli anni, ad uno schiarimento dell'intonazione che conferisce una labilità introspettiva alle sue visioni. Da qui in poi è tutto uno scorrere di opere da mozzare il fiato per la bellezza e la suggestione delle immagini, con un nuovo inconfondibile genere di veduta, frutto della «cenere di un fuoco», quello che si accende subitaneo quando si incontrano il cuore del poeta e l'anima delle cose, trascritte sulla tela con repentina immediatezza, grazie ad una intelligente comprensione dell'impressionismo. DÌ pari passo procede anche una notevolissima' produzione di ritratti che mette in evidenza la sua capacità di andare, con intensa emozione, oltre le apparenze per cogliere l'essenza della persona. Citiamo in tal senso un capolavoro quale «Ritratto di Allegro» del 1940, in cui l'artista coglie con stupefacente rapidità, dietro il tratto fisionomico, i sentimenti del soggetto. La fine delle mostra è contrassegnata da tre tele di grande significato: «Natura morta su tavolo» e «Natura morta con pipa e calamaio», entrambe del 1951, oltre a «Pere» del 1953. Da segnalare infine che la raccolta di De Pisis che possiede Ferrara è dovuta a tre lungimiranti benefattori: Giuseppe Pianori, Manlio e Franca Malabotta.
De Pisis a Ferrara - A Ferrara, Palazzo dei Diamanti; fino al 4 giugno. Orari: tutti i giorni 10-18, Catalogo Ferrara Arte. Info: 0532/244949.


Boetti, oltrte il tempo e lo spazio
Lo Studio Giangaleazzo Visconti, presente dal 2002 a Milano in corso Monforte, all'interno dello storico Palazzo Cicogna Mozzoni, presta attenzione alle forme più significative dell'arte internazionale affermatesi nella seconda metà del Novecento, dalla Minimal alla Pop Art, ed in particolare agli esponenti dell'Arte Povera. Recentemente è stata inaugurata una mostra di Alighiero Boetti, dedicata ad alcuni dei suoi lavori su carta più rappresentativi, in quanto sviluppano e valorizzano, con piena osmosi fra contenuti ed esiti, specifiche ricerche che hanno dato fama internazionale all'artista torinese: dal primo planisfero politico, alle biro e dai collages. Boetti e artista alquanto singolare tanto nelle motivazioni quanto negli esiti: le sue opere hanno una lucida capacità di sintesi che riconduce al senso primario delle cose, senza trascurare, pur nell'uso di materiali svariati, una spontanea raffinatezza nel linguaggio espositivo. Ne risulta un rapporto diretto, di partecipazione attiva, di intervento sulle cose per ciò che esse sono e significano realmente, prolungandone gli effetti oltre le normali nozioni di tempo e di spazio. L'osservatore ne resta coinvolto e viene costretto a mettere in campo una totalità di elementi legati al proprio vissuto: memoria, gesti, emozione, oggetti e situazioni del quotidiano.
Alighiero Boetti - A Milano, Studio Giangaleazzo Visconti, corso Monforte 23; fino al 31 maggio. Orari: lun/ven 11.30-19.

I paesaggi del sesso secondo Newton
Figure femminili nude o provocatoriamente vestite con accessori che ne esaltano la componente feticista. Donne d'inclinazione androgina, alte, dalle carni sode, mai abbondanti, dal pube scolpito. Padrone della scena, volontariamente sottomesse a un maschio che quasi mai appare, o meglio è dietro la macchina fotografica. Questa è l'immagine piìrcomune degli scatti in bianco e nero del celebre Helmut Newton, con i quali si è coperto di fama, ma si è anche attirato le antipatie del movimento femminista. Ma, oltre a tale galleria di aggressive nudità femminili e ai numerosi servizi fotografici per le più famose riviste di moda e attualità, Newton ha lasciato qualcos'altro della sua passione per l'arte del clic. In una affascinante miscela di scatti erotici (mai volgari) e immagini forti di paesaggi urbani e naturali, Palazzo Reale a Milano, con la mostra «Sex and Landscapes», ci fa scoprire l'altra anima del fotografo tedesco/australiano, scomparso nel 2004, a ottantatre anni, in un incidente d'auto a Los Angeles. Viaggiando da un capo all'altro del mondo, non si è mai staccato dalla sua macchina fotografica: interni, scenari urbani, edifici, paesaggi campestri e marini fanno parte di un suo ricchissimo portfolio segreto fino a poco tempo fa. Quando nel 2001, a Zurigo, organizzando una sua mostra gli chiesero se non avesse altre cose da proporre oltre alle fotografie piene di erotismo alle quali aveva abituato il pubblico, Newton rispose: «I miei paesaggi, ma non li vuole vedere nessuno». Non fu cosi. Da allora la raccolta «Sesso e paesaggi» andò ampliandosi. Curata dalla moglie June, la versione milanese conta novanta immagini di grande formato per lo più in bianco e nero, oltre a proiezioni di film su come Newton realizzava i suoi servizi. Si tratta della seconda mostra dopo quella dì Berlino alla Fondazione che porta il suo nome, situata vicino alla stazione ferroviaria dello zoo dalla quale il sedicenne ebreo Helmut Neustadter fuggiva dalla Germania nazista. Cosmopolita e girovago per forza, e per amore della fotografia, molti suoi clic sono realizzati in suite di albergo. La stessa immagine simbolo dell'esposizione ritrae le nudità di un elegante busto femminile- con lunghi guanti, sigaretta in mano e mascherina suoli occhi - in un letto del Grand Hotel de Milan.
Helmut Newton. Sex and landscapes - A Milano, Palazzo Reale, fino al 4 giugno. Orari: mart.-dom. 9.30-19.30 (giov. esab. sino alle 22.30). Ingresso 9 euro. Info 02/30076253.

Monet per bimbi e famiglie
Jacques Brel, celebre poeta belga, forse più noto al grande pubblico come paroliere di celebri motivi, soleva dire: «Artista è colui che diventa vecchio senza mai essere adulto». La mostra in corso al Museo in Erba di Bellinzona sembra dare pienamente ragione a tale assunto, poiché riafferma, nella sua proposizione ludica, coinè i bambini, con a loro ingenuità, siano spesso fonte inarrivabile di alte espressioni creative. A Bellinzona, Monet, fra i pittori più noti della storia dell'arte, viene riproposto ai bambini dai 4 ai 12 anni ed alle loro famiglie attraverso un percorso interattivo presentato in quindici valige di legno colorato che contengono le riproduzioni delle opere, brevi testi, giochi d'osservazione, puzzle, indovinelli. La mostra, appositamente ideata per i bambini, propone una mirata scelta di capolavori ed offre, in modo accattivante, alcune chiavi di lettura della poetica di una importante pagina della storia dell'arte. I bambini, attivamente coinvolti nella scoperta, hanno così voglia di saperne di più e si lasciano coinvolgere da una rivelazione continua che riserva loro pervasive sorprese. Il gioco presenta però lati inaspettati poiché diventa come il gioco del trenino che, acquistato per divertire i bambini, finisce per appassionare anche gli adulti.
I cavalletti di Monet - A Bellinzona, Museo in erba, piazza Magona 8; fino al 10 giugno. Orari: feriali 8.30-11.30 e 13.30-16.39, sabato 14-17, domenica su appuntamento; t. 004191/8355254.

Lugano e i colori di Cavalli
Lugano ospita una stimolante retrospettiva di Massimo Cavalli, figura di spiccata personalità della generazione di artisti ticinesi affermarsi nella seconda metà del Novecento. Oltre 300 opere, molte delle quali di notevole espressività, delineano in modo dettagliato e filologico la sua singolare ricerca artistica, contrassegnata da una grande coerenza di linguaggio ed una sentita adesione al registro informale, declinato con tensiva gestualità e marcata tessitura cromatica. Componenti portate nei lavori.recenti ad una sintesi compositiva che si accompagna ad una efficace riduzione della gamma cromatica. Pittura d'impeto e di materia la sua, che trova fondamento in una intensa poetica naturalistica nella quale si condensano elementi organicistici, vibrate sollecitazioni emotive e lucide istanze intellettuali, non tali comunque da impedirgli un solido aggancio con la realtà. Nato a Locamo nel 1930, Cavalli ha attivamente partecipato alla vita artistica milanese negli anni 50 e 60, improntando la sua formazione all'informale e al post-cubismo francese, in perfetta sintonia con le contemporanee esperienze di Bicolli, Cassinaci e Merlotti. Di spessore anche la sua opera grafica, portata avanti con Giorgio Upiglio. Una mostra che merita molta attenzione!
Massimo Cavalli - A Lugano, Museo Cantonale d'Arte, via Canova 10; fino al 30 aprile. Orari: mart. 14-17, da merc, a dom. 10-17. Catalogo Mendrisio Academy Press.

LA PITTURA DEL RINASCIMENTO A VARALLO
Un'opera in mostra La scultura lignea e la pittura del Rinascimento alla Pinacoteca di Varallo (Vercelli), in un nuovo allestimento voluto dall'Istituto di Conservazione delle opere d'arte in Valsesia. Un attento restauro ha restituito colori e prospettive sia a opere provenienti dal vivace cantiere del Sacro Monte, come le otto statue del gruppo scultoreo Pietra dell'Unzione, sia a sculture e crocefissi qui raccolti dalle chiese della valle. Orario: 10.30-12.30, 14.30-18, chiuso lunedì, ingresso 5 euro, gratis sotto i 18 anni. Info 0163-51424.

Per avere maggiori informazioni suli eventi e le mostre presenti a Milano e dintorni clicca: www.milanoinfotourist.com/italiano/tempolibero/aree/frame_pr_eventi.htm

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