Il governo italiano ha proposto un emendamento per modificare le norme sull’Assegno unico e universale (Auu) per includere lavoratori dell’Unione Europea non residenti in Italia. Questa iniziativa mira a garantire che i cittadini europei che lavorano in Italia possano accedere al sostegno, anche se i loro figli a carico risiedono all’estero.
Modifiche al decreto del 2021
Il nuovo emendamento al decreto Pnrr prevede che il progetto di legge sarà discusso alla Camera, con esame previsto in commissione Bilancio subito dopo le festività pasquali. Questa modifica si riferisce al decreto legislativo 29 dicembre 2021 n. 230, il quale attualmente limita l’assegnazione dell’Assegno unico ai soli lavoratori residenti in Italia e ai loro figli. Con il nuovo emendamento, si intende ampliare la platea dei beneficiari permettendo l’accesso ai cittadini europei che non risiedono nel nostro paese da almeno due anni.
Le stime della relazione tecnica
Secondo la relazione tecnica allegata all’emendamento, si prevede che il numero di nuovi beneficiari arrivi a 50.000 bambini. Il costo stimato per il restante periodo del 2026 è di 20 milioni di euro, cifra che salirà progressivamente fino a 36,2 milioni annui a partire dal 2035. Questo incremento dei costi riflette la volontà del governo di ampliare il sostegno economico a un numero crescente di famiglie.
Altri aspetti dell’emendamento
Il testo prevede anche che l’erogazione dell’Assegno unico e universale sarà calcolata in base alla durata effettiva della residenza, del domicilio o della prestazione lavorativa svolta in Italia. Per i lavoratori non residenti, è stabilito che la domanda debba essere presentata per l’intera durata dell’attività lavorativa e rinnovata annualmente a partire dal 1° marzo.
Italia deferita alla Corte di giustizia Ue
Questa iniziativa legislativa è stata concepita anche per evitare una possibile condanna della Corte di giustizia dell’Unione Europea, poiché la Commissione Europea ha già deferito l’Italia per la richiesta di residenza di due anni per accedere al sostegno economico. Secondo Bruxelles, tale condizione rappresenterebbe una forma di “discriminazione” che viola il diritto dell’Ue relativo al coordinamento della sicurezza sociale e alla libera circolazione dei lavoratori.