
Indirizzo: Piazza San Magno
Tel.: 0331-471111
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Web Site: www.legnano.org
Sono 54396 i residenti a Legnano alla data del 31 Dicembre 2000. Lo rende noto il Servizio Demografico a conclusione dell’ultima verifica di fine anno inviata all’Istat.
Ad inizio 2000 la popolazione della Città del Carroccio era di 54066 abitanti, si è quindi registrata una crescita di 330 unità ( 187 di sesso maschile e 143 di sesso femminile); tale incremento è dovuto principalmente ai flussi migratori che seguitano a registrare un saldo attivo di ben 324 unità (gli immigrati superano dunque gli emigranti) e, per il secondo anno consecutivo dopo un intervallo di vent’anni (dal 1979 al 1998) caratterizzato da un costante saldo negativo, anche da un’inversione di tendenza del fenomeno naturale (rapporto tra morti e nati).
Dall’inizio dell’anno, infatti, risultano registrate 527 nascite (265 maschi e 262 femmine), mentre i decessi sono stati 521 (249 uomini e 272 donne). L’immigrazione da altre realtà italiane o straniere vede invece arrivi per 1872 unità (978 uomini e 894 donne) e partenze per 1548 persone ( 807 uomini e 741 donne).
Il saldo tra “arrivi e partenze” significa così 330 abitanti in più ( 187 uomini e 143 donne).

Profilo Storico 'Fra tutte le città della Lombardia Milano è lodata come la rosa o il giglio fra i fiori, come il cedro nel Libano, come il leone fra i quadrupedi, come l'aquila fra gli uccelli, sì da apparire come il sole tra i corpi celesti, per la fertilità del suolo e la disponibilità dei beni occorrenti agli uomini'.
Tale è la descrizione effettuata nel sec. XIII da Fra Bonvesin da la Riva 'Ke sta im borgo Legnian', appartenente all'Ordine degli Umiliati, che si ritiene abbia insegnato grammatica a Legnano, al cui ospedale di S. Erasmo legò parte della sua sostanza.
Tra i borghi che fecero degna corona a Milano nella lontananza dei tempi, tra l'alternanza delle passioni e il luccicare delle armi, troviamo Legnano, situata sulla riva dell'Olona che la divide da Legnanello, con le spalle addossate all'attuale statale del Sempione e con le braccia protese all'interno già produttivo in biade, gelsi, fieni e buoni vini.
Origine del nome E' stata avanzata l'ipotesi che 'Legnano' debba identificarsi con la Liciniacum dei Latini, così chiamata dal console Lucio Licinio Crasso.
Altri ritengono che il nucleo originario dell'attuale città fosse formato da agricoltori i quali, trovato un terreno fertile, costruirono le loro primitive abitazioni sulle rive dell'Olona, costretti a difendersi dai lupi annidati nei boschi vicini e ancora presenti nella zona durante la prima metà dell'Ottocento.
Non mancano quelli che hanno definito Legnano come Vicus agri Sepriensis, cioè come un villaggio del Seprio, del cui comitato faceva parte e come attestato dal largo omonimo.
Nelle antiche carte la denominazione varia da Liniano, Livian, Legniano e in dialetto Legnàn e pr. esso Legnarell, alterato da Legnanell.
Si pensa anche a Ledegnanum, da rifiutare però perché riferito a località forse oltre il Po. Suggestiva, ma puro frutto di fantasia e da scartare la derivazione da lignum anus o legno della vecchia.
Secondo il dizionario toponomastico dell'Olivieri, prima del 1000 Legnano era detta Lemnianum, diventato Legnanum nelle Gesta Friderici imperatoris.
Sulla base di questo accostamento si può pensare a un personale romano Limenius / Laenius.
Antichità Etimologia a parte, l'antichità del borgo è fuori discussione. Ne fanno fede i ritrovamenti archeologici, ora dovuti a scavi per costruzione di edifici, ora a una esplorazione sistematica del territorio.
Le più antiche tracce della presenza umana sul territorio legnanese sono fornite da pochi frammenti di un vaso a forma di campana rinvenuti tra il 1926 e il 1928 nella zona della Montagnola, risalenti alla cultura di Remedello (fine 2000-1800 a.C.).
Da corredi gallici di corso Sempione sono emersi bronzi, vasi della cultura di La Tène (IV-I sec. a. C.). Importanti i reperti romani tratti nel 1925 dalla necropoli di via Novara.
Si tratta di monete, piatti, coppe, bicchieri, balsamari, specchi, utensili in ferro. Altre sepolture sono venute alla luce nel 1985 in via P. Micca e nel 1991 durante i restauri della chiesa di S. Ambrogio.
La tarda età romana è documentata in Legnano e dintorni da sepolture alla cappuccina con rito inumatorio.
Il corredo è costituito da olpi, ciottoli, coltelli, rasoi, fibbie. Tutto il materiale è conservato al Museo Sutermeister.
Prima documentazione La prima sicura traccia storica risale al 789. Si tratta di un atto di cessione di una corte sita in Leunianello fatta da Pietro, arcivescovo di Milano, al monastero di S. Ambrogio. Documento importante non solo perché ci segnala la comparsa del toponimo, ma anche perché testimonia dei rapporti con l'autorità religiosa. Inserita nel Seprio, Legnano ne seguì di riflesso le vicende, tenuto conto della crescita di potere dell'arcivescovo che non era solo un ecclesiastico, ma anche un capo civile e militare. Legnano fu quasi certamente coinvolta nelle lotte di carattere religioso e sociale che videro S. Arialdo aggirarsi per le campagne e infiammare con la sua predicazione le popolazioni contro l'arcivescovo Guido da Velate, finché questi dovette rifugiarsi nel fortilizio posseduto in città da Erlembaldo Cotta. Non è rimasto traccia del castello, ma l'arcivescovo milanese accrebbe il potere sul borgo tramite i grandi monasteri. Della forza di questi testimonia un atto del 1148, in cui si accenna a beni posseduti in Legnano dalla badessa di S. Maurizio di Milano.
Dalla battaglia del 1176 al Cinquecento Fatti e leggende si intrecciano nella descrizione dello scontro avvenuto il 29 maggio 1176 tra le forze della Lega e le truppe di Federico I. Dopo un avvio negativo, nella seconda fase della lotta gli uomini della Lega, rinserratisi attorno al carroccio, grazie anche all'arrivo di truppe fresche di rinforzo, riuscirono a respingere l'attacco avversario e a costringere alla fuga il Barbarossa.
Colorito, sia pure con qualche indulgenza alla fantasia, il racconto della battaglia, effettuato nel sec. XIV dal domenicano Galvano Fiamma che fece di Alberto da Giussano un simbolo di grandezza e di valore. A quest'ultimo fu dedicato, dopo il VII Centenario della battaglia, il monumento opera del Buzzi, destinato a sorgere inizialmente in una zona vicina alla chiesa di S. Maria delle Grazie.
Il nome di Legnano ritorna costantemente alla ribalta nel sec. XIII con l'arcivescovo Leone da Perego, che morì nel 1259 in città, arricchita poi di un altro prezioso palazzo da Ottone Visconti, al quale è fatta risalire la costruzione della maggior parte del Castello. Questo, attorno al 1437, fu donato da Filippo Maria Visconti a Oldrado Lampugnani, che lo fece restaurare nel 1448, dopo il saccheggio subito da parte di Francesco Sforza.
Ereditato dall'Ospedale Maggiore di Milano, ceduto da questi ai Cornaggia, il Castello è passato definitivamente al Comune dopo la seconda guerra mondiale.
Sul piano strettamente religioso interessa segnalare a Legnano, nel 1300 la presenza di diverse chiese, tra le quali importanti quelle di S. Ambrogio, S. Martino, S. Salvatore, S. Maria, S. Agnese, S. Nazaro, per non parlare di una casa di Umiliati esistente già nel 1298. A loro si deve la fioritura dell'industria della lana. Risultato eloquente fu dato dalla costituzione delle classi dei mercanti imprenditori che, acquistata la materia prima, l'affidavano per la lavorazione ad operai specializzati. La matricola dei mercanti del 1393 registra l'iscrizione dei vari Ambroxinus, Antonius, Antoninus, Bernardinus, Francischus, Galeaz de Legnano, con i relativi marchi impressi sui prodotti.
Tutte le chiese rientravano nella pieve di Olgiate Olona, trasferita poi a Busto Arsizio (dal cui distretto Legnano dipendeva in civilibus), finché Legnano stessa divenne capopieve nel 1584, per l'accresciuta importanza economica e per l'eccellenza della sua basilica.
Minacciata nel 1303 da Cressone Crivelli che inutilmente cercò di occuparla, nel 1339 Legnano vide piazzare le tende di Lodrisio Visconti nel tentativo non riuscito di spodestare Azzo Visconti, Signore di Milano che, con l'aiuto dello zio Luchino, lo battè nella battaglia di Parabiago.
L'epoca viscontea-sforzesca rappresentò dunque per Legnano una stagione di florido sviluppo economico basato sull'agricoltura favorita dalla presenza di mulini appartenenti a famiglie nobili e alla Mensa arcivescovile milanese; ma anche sostenuto da una discreta attività commerciale. A darle ulteriore rinomanza provvide Giovanni Oldrendi, illustre canonista, notaio, autore di numerosi trattati di carattere giuridico, scientifico, sociale, religioso, Vicario del papa, professore all'università di Bologna, di cui fu Podestà e dove mori nel 1383, compianto da tutta la popolazione. Toccò a lui rogare l'atto di acquisto della città, ceduta dai Pepoli ai Visconti, che ne volevano fare l'epicentro di una confederazione da opporre a Firenze e a Venezia.
Nel periodo compreso tra la metà del 1400 e quella del 1600 Legnano annoverò molte famiglie nobili, tra cui i Visconti, i Borromeo, i Crivelli, i Bossi, i Vismara, i Lampugnani. Di questi ultimi piace ricordare il maniero di Legnanello dalla caratteristica eco simile a quella di Villa Simonetta a Milano; ma anche le imprese del cavaliere di Malta, Giuseppe Lampugnani che, con un seguito numeroso di bravi, terrorizzava la zona, tanto da costringere il Vicario del Seprio ad emanare nel 1647 un bando contro di lui, con il quale gli si comminava una pena di duemila scudi qualora non si fosse astenuto dal compiere misfatti nel peggiore disprezzo della giustizia.
Tentativo di infeudazione Il 1500 si apre con il completamento della basilica di San Magno, attuato tra il 1512/13, quasi a compensare il sacco operato due anni prima dalle truppe di M. Schinner. Crebbe intanto la popolazione arrivata a circa 2500 anime, verso la fine del secolo. Da ricordare che nel 1583 i terrieri della zona verso S. Giorgio decisero di costruire, in sostituzione di una cappella già esistente alla fine del 1400, una chiesetta dedicata alla Vergine che oggi va sotto il nome di S. Maria delle Grazie.
L'atmosfera fu però turbata dagli scoppi a ripetizione della peste e dal bando di infeudazione emesso dai dominatori spagnoli, sventato nel 1652 dal versamento di L. 6680 effettuato da B. Lampugnani per riscattare i 258 focolari esistenti.
Legnano e i Comunetti del 1700
Sotto la dominazione austriaca fu avviato il riordino del catasto e anche le proprietà di Legnano furono suddivise in beni di prima stazione comprendenti i terreni prevalentemente di tipo aratorio vitato; e di seconda stazione relativi alle case. Con la tavoletta pretoria, così chiamata dal suo inventore, furono redatte mappe gigantesche misurate in trabucchi.
Legnano risultò divisa in nove Comunetti dotati di amministrazione autonoma:
Dominante, Lampugnani, Morosino grande, Morosinetto, Personale, R. R. Monache di Legnano, Trotti, Visconti, Vismara.
Verso la fine del secolo l'imperatore Giuseppe II visitò Legnano e il suo pellagrosario allestito nel soppresso convento di S. Chiara e affidato alle cure del Dr. Strambio.
A prova dell'attività commerciale sta la concessione del mercato settimanale autorizzato nel 1795, dopo le richieste presentate nel 1499 a Ludovico il Moro, nel 1627 a Filippo IV.
Sviluppo ottocentesco Con l'inizio dell'Ottocento iniziò per Legnano una fase di trasformazione graduale che segnò il passaggio al ruolo di città assunto nel 1924.
Ricordato che alla metà del 1500 commerciavano in cotone i Cornacchia soci dei Prata, da un rapporto del 1807 deduciamo che in Legnano esistevano filature di seta, di cotone sia pure esercitate in forma artigianale ed uscite dall'anonimato nel 1821 con lo svizzero C. Martin, che impiegava 200 operai nel 1863.
Lo spirito di intraprendenza e l'entità dei capitali impiegati, la disponibilità di mano d'opera a baso prezzo favorirono l'apertura delle filature Krumm, Borgomaneri, degli stabilimenti Fr. Dell'Acqua (1871), A. Bernocchi (1872/73), De Angeli (1875), del Cotonificio Cantoni (1879). Da questo ultimo venne F. Tosi fondatore dell'omonima officina nel 1882.
Rallentato il ritmo produttivo periodicamente a causa dello scoppio del colera (1836), del tifo, del vaiolo (1887), i Legnanesi diedero il loro contributo per il riscatto dalla dominazione autriaca, con patrioti come Saule Banfi ed Ester Cuttica e salutarono festosamente Garibaldi presente nel 1862.
Naturale il sostegno dato alle industrie legnanesi dagli Istituti di credito come la Banca di Legnano (1887), dal Credito Legnanese (1923), dalla attivazione della ferrovia Milano-Gallarate (1860), dalla tramvia Milano-Legnano (1880).
Dalla prima alla seconda guerra mondiale
Allo sviluppo industriale si accompagnarono nel 1900 l'aumento della popolazione e la trasformazione del centro abitato, arricchito da nuovi edifici. Nei primi anni fu avviata la costruzione del nuovo Ospedale, fu inaugurata la nuova sede del Municipio (1909), già disposta in una casa di proprietà Cornaggia.
Dopo il primo conflitto mondiale, al quale i Legnanesi diedero un grosso contributo di sangue, difficile, ma graduale la ripresa economica accompagnata dalle elezioni del 1919 che assicurarono la vittoria al Partito Socialista.
Quindi l'avvento al potere del fascismo, con la visita di Mussolini a Legnano, nel 1924, per l'inaugurazione della Scuola di Avviamento al lavoro A. Bernocchi che, con l'Istituto Tecnico C. Dell'Acqua (nato nel 1917) favorì il cammino ascensionale scolastico, dopo la nascita di istituzioni private, la prima delle quali risaliva all'epoca di S.Carlo.
Data dal 1935 l'inizio delle manifestazioni della Sagra del Carroccio, interrotta durante il secondo conflitto e ripresa nel 1952.
Quindi il verificarsi della seconda guerra mondiale con i suoi drammatici avvenimenti segnati da bombardamenti, scioperi, arresti, deportazioni e dal costituirsi di gruppi clandestini fino all'azione dell'aprile 1945, nel corso della quale furono sbaragliati i vari presidi fascisti e tedeschi, dopo di che il CNL assicurò il controllo della città. L'albo delle medaglie d'oro, dopo A. Robino, C. Borsani, R. Achilli, si arricchì del nome di M. Venegoni.
Il moderno cammino ascensionale Ritornata la pace, ripristinati i poteri democratici con le elezioni amministrative che videro A. Tenconi come primo Sindaco della Liberazione, riprese a girare il motore della produzione. L'artigianato costituì un valido supporto alle maggiori aziende; notevole lo sviluppo del settore terziario.
Nel 1951 fu avviata una nuova politica urbanistica che però stentò a decollare, perché il piano regolatore subì continue modifiche e integrazioni per l'individuazione di nuovi quartieri in espansione, nelle zone di Canazza e Mazzafame. Intorno agli anni Sessanta Legnano cambiò volto, con la copertura di un ramo dell'Olona, la creazione del viale Toselli, la soppressione della tramvia, la costituzione di un grattacielo, la lottizzazione di terreni già occupati da vecchi stabilimenti, per potervi costruire nuove abitazioni. Le scuole dell'obbligo già affiancate dall'Istituto privato Magistrale B. Melzi (1854), dal Liceo Scientifico (1943), si accrebbero del Classico nel 1960.
Tra le associazioni, punto naturale di riferimento la Famiglia Legnanese, all'avanguardia per la promozione di svariate iniziative; la Società Arte e Storia; il Museo Sutermeister. Ai bisogni sociali corrispondono due case per anziani, a quelli culturali la Biblioteca civica.
Certamente tutto questo non costituisce un Paradiso, a causa del calo sensibile della produzione, dello squilibrio fra potenziale produttivo e capacità di assorbimento del mercato. Rimane l'augurio che, alle soglie del Duemila, la cultura imprenditoriale escogiti nuove strutture organizzative, riproponga meccanismi che consentano di rilanciare il sistema produttivo.

Quella dell'impresa Legnanese, e quindi dell'Altomilanese, è una storia antica, che inizia ben prima di quel periodo che gli studiosi sono soliti indicare come 'rivoluzione industriale'.
Basti pensare che la prima attività manifatturiera registrata a Legnano risale al XII secolo, quanto nei due conventi di religiosi dell'ordine degli Umiliati fiorì la lavorazione collettiva della lana.
Fu però nella seconda metà del secolo scorso che i comuni della valle Olona vennero scelti per le loro particolari caratteristiche morfologiche come sede di numerosi stabilimenti tessili.
In quegli anni prese il via l'epopea che trasformò il borgo agricolo come Legnano nella 'piccola Manchester' d'Italia.
Un'epopea i cui protagonisti ebbero i nomi di Cantoni-Krumm, Franco Tosi, De Angeli-Frua, Fial, Manifattura di Legnano.
L'età d'oro dell'industria di Legnano durò dai primi del Novecento fino alla fine degli anni '60, poi pochi anni più tardi iniziò la crisi. Nel corso degli anni Ottanta l'intera area dell'Altomilanese è stata interessata pesanti processi di ristrutturazione che hanno limitato le tradizionali componenti economiche locali, quali l'industria termo-elettrica-meccanica, il tessile, la meccanica e la calzaturiera.
Si sono quindi verificati numerosi casi di chiusure aziendali, soprattutto nel tessile e nell'abbigliamento, con pesanti contraccolpi occupazionali.
Che il territorio fosse maturo per una svolta è stato chiaro a tutti già dagli inizi degli anni '80: quello che molti si aspettavano, era che alla deindustrializzazione seguisse lo sviluppo di settori alternativi.
Alla chiusura delle fabbriche che avevano contribuito a scrivere importanti capitoli della storia dell'Altomilanese non è però corrisposto lo sviluppo di nuovi settori, né manifatturieri né tantomeno di servizi.
Neppure la svolta verso il terziario ha avuto uno spessore tale da compensare la caduta del livello occupazionale, e l'intera area ha subito un processo di logoramento aggravato da forti condizionamenti ambientali e di congestione urbana che hanno limitato la potenzialità dei fattori di sviluppo.
Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 il processo di deindustrializzazione continuava a mietere le sue vittime, e l'industria perdeva progressivamente terreno registrando la chiusura o il pesante ridimensionamento di molte unità produttive: basti pensare alla ristrutturazione dello stabilimento Franco Tosi seguito al subentro di Ansaldo, alla chiusura della Termozeta, della Borletti, della Are, delle industrie tessili e dei calzaturifici del parabiaghese.
D'altro canto l'impressione registrata alla fine degli anni '80 è stata confermata dalle esperienze di comuni come Nerviano, che pur avendo deciso di scommettere sulla grande distribuzione non sono riusciti a compensare in modo apprezzabile il calo occupazionale.
Come diretta conseguenza di questa situazione, i piccoli imprenditori e i commercianti che in passato avevano contribuito in maniera determinante a tessere la rete dell'economia locale si sono trovati ancora una volta protagonisti di un panorama imprenditoriale che pur frammentato riesce comunque a 'tenere il mercato'.
La cultura dell'impresa, l'inventiva e la capacità di adeguarsi rapidamente alle esigenze dei clienti, è diventata la forza di quelle piccole imprese del territorio che agendo slegate dalle logiche dei grandi gruppi sono riuscite a conquistarsi una particolare nicchia di mercato.
Basti pensare al successo di un'esperienza come quella della Fratelli Rossetti, che ha riassunto l'esperienza e la professionalità dei maestri tomai di un intero comprensorio.
Ora un'opportunità di rilancio per l'intero territorio potrebbe arrivare dalle iniziative adottate per finanziare la reindustrializzazione dell'asse del Sempione: l'esperienza di Euroimpresa testimonia che la 'Legnano che produce' è ancora viva e vitale.
Ma il futuro è tutto da giocare.

La basilica di San Magno: il cuore della città di Legnano
Di forme Bramantesche, il nostro massimo edificio monumentale cinquecentesco racchiude tesori d'arte di immenso valore.
Fra tutti i monumenti legnanesi quello che maggiormente ci viene invidiato per la sua maturità artistica è sicuramente la Basilica di S. Magno. Quando nel 1504 iniziarono i lavori sotto il patrocinio delle famiglie Lampugnani e Vismara, i Legnanesi si erano appena disfatti della chiesa protoromanica di S. Salvatore, che era sia strutturalmente che culturalmente non recuperabile, né sufficientemente dignitosa per un borgo benestante come il nostro.
Il Rinascimento aveva riportato in architettura al loro pieno splendore i fasti compositivi e strutturali dell'epoca imperiale romana. Verso la fine del 1400 un grande ingegno tormentato, Leonardo da Vinci, obbedendo ad una sua esigenza interiore, cercò nelle sue opere di esprimere l'anima ed il movimento delle cose.
Orbene, Donato Bramante universalmente indicato come padre inventore della nostra basilica, non poteva sottrarsi a questa lezione di spiritualità trasmessa dal più giovane Leonardo.
Il mezzo ch'egli più usò per trasfondere vita e movimento nelle forme architettoniche fu l'impostazione piantistica delle chiese, con schema visuale centrale.
Mentre in antico si era sempre ricalcata la forma basicale (anche in S. Salvatore) con una prospettica interna monodirezionale verso l'altare, nelle nuove chiese a pianta centrale bramantesche i fedeli si trovano immersi in uno spazio che da ogni lato riserva scorci, visuali, giochi architettonici sempre diversi con simmetrie mirabili.
L'attribuzione della paternità del nostro tempio a Donato Bramante di Asdrualdo (Urbino) nasce da due fattori. Il primo è rappresentato da una citazione nella Storia delle chiese di Legnano (1650) del prevosto di S. Magno Agostino Pozzo. Il secondo fattore che rende credibile l'attribuzione antica, nasce molto semplicemente dalla lettura critica della composizione architettonica della chiesa.
Come abbiamo prima accennato è dopo Leonardo da Vinci, il quale fa scuola in Milano, che nascono il gusto e l'invenzione piantistica osservate in Legnano.
Anche il Pozzo, che architetto non è, subito individua il quadrato e l'ottagono legati mirabilmente, stupisce e gioisce del fatto che da ogni lato si possono vedere gli altari senza che si disturbino.
Tutto l'impianto architettonico è un inno alla simmetria tesa a far volgere lo sguardo in un continuo di prospettive visive sempre nuove pur restando l'osservatore sempre nel medesimo punto dell'edificio.
Il 4 maggio 1504 la prima pietra Esempi simili, ma più tardi, si trovano in Lodi, Saronno, Pavia, Crema. A Busto Arsizio la notizia dell'edificio fa subito tanto scalpore che immediatamente la copiano in scala minore edificando S. Maria di piazza.
Queste chiese, tutte a pianta centrale, non sono fatte da Bramante, bensì dai suoi seguaci, ed infatti pur essendo molto belle, mancano della essenzialità, pulizia ed armonia presenti invece con mirabile equilibrio nel S. Magno di Legnano.
Non dimentichiamo che i legnanesi iniziarono nel 1495 a programmare l'eliminazione del S. Salvatore e quindi la vera data in cui S. Magno fu pensata è di ben nove anni precedente a quel 4 maggio 1504 in cui fu posta la prima pietra.
A realizzare la chiesa provvide un capomastro affiancato dal nostro maggiore artista di quel tempo, legnanese per adozione (abitava in Milano), il giovane pittore Gian Giacomo Lampugnani. Lontano parente dei Lampugnani di Legnanello e dei proprietari del Castello, Gian Giacomo era l'artefice più adatto per esperienza e sensibilità artistica che potesse assumere il delicato compito di trasporre in muri i disegni e le indicazioni del Bramante.
L'edificio venne iniziato con grande lena nel 1504 e terminato, nelle strutture murarie, il 6 giugno 1513. Subito si provvide a dotarlo di decorazioni interne che lo facessero eccellere tra le costruzioni coeve. Per quanto invece riguarda l'esterno i Legnanesi si arrestarono con i lavori nel 1513.
Forse mancavano soldi (ricordiamo che il borgo di allora era di poco inferiore alle 2000 anime), forse mancarono le idee decorative, oppure attendevano lumi estetici da Bramante, ma questi lumi non arrivarono mai poiché il grande architetto si era spento a Roma, nel 1514.
E' noto che di norma i grandi artisti volevano eseguire personalmente le decorazioni ed i motivi architettonici esterni delle loro creazioni.
Era infatti necessaria una stretta collaborazione tra l'artista e gli esecutori per poter rifinire un monumento, inoltre la gelosia professionale degli architetti del tempo faceva sì che nessuno di loro anticipasse con disegni di cantiere l'estetica esterna dell'edificio che, sia per i tempi lunghi di costruzione, sia per le incertezze economiche di finanziamento, era molto poco prevedibile come date di finizione.
L'esterno della basilica rimase perciò per molti anni rustico in mattoni.
Anche gli interventi del Richini non furono che marginali e a distanza di ben cento anni dalla posa della prima pietra. La basilica rimase quindi orfana del suo aspetto esterno. Al contrario si può affermare che nel suo interno è di una ricchezza e splendore difficilmente eguagliabili.
La prima e più importante opera pittorica venne eseguita dal maestro Gian Giacomo Lampugnani, nel 1515, che eseguì una affrescatura della volta ottagona con candelabre a grottesca di notevole forza ed eleganza. Ricavate con tinte bianche e grigie in chiaroscuro su un fondo blu lapislazzolo, le decorazioni sono di una scenograficità e compostezza raramente uguagliate.
Lo storico Muntz, rimasto estasiato da questo capolavoro, lo definì nei suoi scritti di critica artistica 'la più bella grottesca di Lombardia'.
Essa si inquadra perfettamente nel concetto di centralità di pianta, espresso dall'edificio. Non ha infatti una direzionalità del disegno, ma ripete specularmente la scansione di spicchi uguali delle tarsie marmoree del pavimento e invita a ruotare lo sguardo con movimento circolatorio che man mano sale come in una spirale che termina sotto la lanterna posta al culmine della cupola.
motivi ad animali e piante rispettano anche il notevole slancio della struttura muraria. Essa è costruita in mattoni forti come tutto il resto della chiesa, eccezion fatta per il campanile antico. Come già detto la parte di fondazioni absidali ed il campanile romanico del S. Salvatore, furono riutilizzate nel 1504. Anzi il campanile stesso fu abilmente sfruttato facendogli fungere la cappella minore nel lato destro della parete sud. La cappella di S. Maria e S. Giuseppe che vicino a lui si ritrovava fu rispettata nella sua forma e dedica. Questa in seguito accolse nel 1640 l'organo Antegnati quando venne chiuso il portone rivolto verso l'attuale municipio. L'organo stesso accresciuto dai Carrera e poi dai Maroni trovò posto nel nuovo ampliamento della facciata operato nel 1914 dall'architetto Perrone.
Esistono scarse notizie e pochi documenti su questo arcivescovo milanese, eletto a protettore celeste della città del Carroccio.
Se tutti conoscono più o meno la storia della basilica di San Magno, la cui data di inizio della fabbrica sulle rovine della chiesa romanica che era denominata Santo Salvatore e San Magno (4 maggio 1504), e ultimata il 6 giugno 1513, pochi invece sanno chi era il santo patrono della nostra città, appunto San Magno.
Ma prima una precisazione. Per Santo Salvatore deve intendersi non già il santo, ma Cristo Redentore, in onore del quale in abbinamento a San Magno era dedicata la primitiva chiesa longobarda.
Nella basilica milanese di S. Eustorgio figurano sull'altare maggiore quattro reliquiari che nelle feste solenni vengono sormontati da altrettanti busti in bronzo in figura di vescovi col capo aureolato. Ed è appunto in uno di questi reliquari che è custodita, secondo la leggenda, sembra dal 1558, la calotta cranica di San Magno che fu vescovo di Milano, per volontà di papa Silverio, tenendo tale carica dal 518 al 528, preceduto da Eustorgio II e seguito da Dazio (qualche storico assegna invece a Magno 30 anni di episcopato).
Ma in quali documenti è citato il santo patrono di Legnano?
Esiste in primo luogo un carme in cui si fa cenno appunto a San Magno, trovato in un codice antico da GoÌtredo di Bussero e da lui riportato nel Liber notitiae Sanctorum Mediolani, che dice esattamente:
Virtute officio meruit et nomine Magnus Forma quidem speculum lux et imago Dei Claruit in signis ditatus munere divo Viribus ex toti semper amando bonum. Non laetis unquatm extolli nec tristibus hisce Ferre manum fessis nudos vestire paratus. Captorumque gravi solvere colla jugo Sustiunuit magni promissa praemia regni Devincens hostis Taedia magna suis.
Questo carme in pratica fa le lodi del santo e attribuisce allo stesso un atto di cristiana carità, cioè l'aver tolto ai prigionieri di guerra il pesante giogo dal collo.
Di San Magno c'è traccia anche in una lettera di San Avito, vescovo di Vienna, che sarebbe stata indirizzata a tale Magno. Si tratta di una raccomandazione della quale sono latori 'alcuni infelici che hanno molto sofferto - così si legge nella missiva - e che sperano di trovare nel destinatario buona accoglienza'. Nell'archivio storico di San Magno ai tempi di mons. Cappellétti esisteva (e probabilmente vi è ancora) una 'Vitae dei padri, dei martiri e degli altri principali santi ' dell'abate Albano Buttler, undicesimo volume di una collezione stampata a Venezia nel 1860. In questa pubblicazione l'autore si dilunga a lodare Magno, sottolineando soprattutto la sua attenzione alla salvaguardia dell'innocenza delle giovani donne in pericolo e abbina il nome di Magno alla città del Carroccio affermando:
'ben presto venne onorato di feste, di altari e di chiese, tra le quali merita un rango distinto la prepositurale antichissima di Legnano'.
Secondo il martirologio ambrosiano il vescovo Magno 'fu uomo di singolare astinenza e santità essendo ciò comprovato dai suoi miracoli'.
Morì il 1° novembre del 540 stando al già citato libro di Goffredo di Bussero che afferma inoltre che il suo corpo 'iacet in Ecclesia regum (dei Re Magi) cum Sancto Eustorgio'. Secondo il Butler invece morì nel 530. In Lombardia esiste a lui dedicata un'altra chiesa a Morazzano, mentre a Santa Maria in Corbetta c'è un altare in onore di San Magno.
Anche se non è precisato in alcun documento il motivo per il quale la nostra basilica bramantesca fu a lui dedicata, la devozione per San Magno da parte dei Legnanesi che lo hanno elevato a protettore celeste del la città, è tuttavia solida e animata da grande sentimento e fede religiosa.
Fu il Papa XII a elevare S.Magno a basilica Romana minore
La bolla papale invocata dal Prevosto mon. Cappelletti è datata 29 marzo 1950.
San Magno Basilica Romana Minore. Con bolla papale data 29 marzo 1950 Papa Pio XII elevava la basilica di San Magno al rango di Basilica Romana Minore. Il documento che riproduciamo con alcuni stralci della traduzione, consente di valutare quali siano stati i titoli di merito riconosciuti dalla Santa Sede per l'accoglimento della richiesta, avanzata dal prevosto mons. Cappelletti. Coloro che hanno una certa età ricorderanno certamente di lui il carattere esuberante e deciso, nonché la sua carica di protonotario apostolico, come ricorda la lapide affissa sulla parete sinistra della basilica, subito a fianco della porta laterale.
Legnano, come raccontano le memorie storiche, divenne sede di preopositura il lontano 7 agosto 1584, per deliberazione di San Carlo Borromeo, che nell'occasione soppresse la preesistente preopositura di Parabiago. Proprio la costruzione della basilica ed il suo ricchissimo apparato decorativo e corredo artistico, nonché le cospicue rendite, determinarono la scelta del Borromeo, non condivisa, ovviamente, dai parabiaghesi che chiesero inutilmente di tornare nel novero delle prepositure. Certamente i legnanesi furono gratificati dalla nomina, anche perché la comunità locale ne uscì rafforzata nella sua posizione.
Ora le cose sono mutate ma il titolo rimane con le sue prerogative, quali, ad esempio, quella di avere un capitolo, cosa che le normali parrocchie non hanno. Le parrocchie hanno sostituito da molti anni il ruolo delle prepositure, ma i titoli testimoniano l'importanza che alcune comunità hanno acquistato nel contesto in cui si trovavano, ottenendo quindi riconoscimenti importanti e motivati. Come si può leggere dalla bolla, la nostra comunità si distingue, oltre che per le memorie storiche, per l'operosità delle sue industrie e le molte virtù che si esplicano nella cura della gioventù, dei malati, dei vecchi e dei bambini nonché il forte sentimento religioso, testimoniato anche dalla presenza di numerose associazioni religiose e caritatevoli. La lettura di questo documento può sicuramente essere utile per conoscere alcuni aspetti del nostro recente passato sui quali non siamo mai sufficientemente informati.
Eugenia De Giovannini
Gli elogi del Pontefice al tempio legnanese
Ecco uno stralcio del documento in traduzione italiana:
'...questo tempio, che risale agli inizi del secolo XI, più volte modificato e infine ricostruito dal geniale architetto Donato Bramante, costituisce un cospicuo ornamento e decoro della Città. Vi si ammirano sculture e dipinti di artisti illustri, sì che la chiesa va annoverata tra i migliori monumenti del Rinascimento. Inoltre in questo tempio, ricco di reliquie di Santi e di sacre suppellettili, esercitano il loro ministero un Prevosto e altri sacerdoti. Affinché questa città laboriosa e commendevole per la sua fede e lo stesso tempio di S. Magno fossero pubblicamente onorati con un segno della Nostra benevolenza, che ancora servisse a promuovere la pietà l'attuale prevosto anche a nome del clero e del popolo, che ininterrottamente affolla la Chiesa, ci ha rivolto umili preghiere, perché ci degnassimo di dichiarare quella chiesa Basilica Minore. Da pane Nostra, accogliendo prontamente tutto ciò che possa favorire l'incremento della religione e volendo accrescere l'onore di questo tempio, considerate le larghe raccomandazioni del diletto figlio nostro Alfredo Ildefonso della Santa Romana Chiesa cardinale Schuster, riteniamo di dovere acconsentire ben volentieri...'.

Museo Civico
INTRODUZIONE ALL'EDIFICIO
Le raccolte del Museo Civico sono il risultato di un'assidua ricerca condotta dall'ing. Guido Sutermeister negli anni tra il 1925 e il 1964, nel territorio della città e nelle zone limitrofe.
Grazie all'appossionato studioso si rese possibile, nel 1928, la costruzione, con l'utilizzo dei resti originali, di un edificio che riprendeva la pianta della dimora quattrocentesca della famiglia Lampugnani che divenne la sede del museo cittadino.
Il Museo di Legnano conserva perciò in particolare materiale archeologico proveniente dalla città e dal territorio circostante. Si tratta di reperti recuperati per lo più nel corso di scavi per demolizione e per costruzione di edifici a partire dai primi anni del 1900, periodo in cui la nostra zona, grazie alle industrie meccaniche e tessili, conobbe un notevole benessere economico. Le collezioni si sono poi arricchite con un consistente nucleo di materiali approdati al Museo da scavi della Soprintendenza Archeologica della Lombardia e donazioni fino al 1997
L'EDIFICIO
Il Portico
Nel portico-lapidario, costituito da arcate a colonne con soffitto in legno a cassettoni originali del 1400, sono deposti are, cippi, tombe a cassetta, sarcofagi in pietra databili tra il I secolo a.C. e il IV-V secolo d.C.; sulla parete fanno inoltre bella mostra di sé vari frontali di camini appartenenti a dimore nobiliari legnanesi del 1500 e 1600.
Sala delle Esposizioni Nella saletta a piano terra è esposta una intera necropoli, costituita da 39 tombe, rinvenute a San Lorenzo di Parabiago, località poco distante da Legnano, in direzione Milano.
Questa necropoli, scavata dalla Soprintendenza archeologica della Lombardia negli anni 1991 e 1993, non è soltanto testimonianza dei riti funebri in uso nel nostro territorio tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., bensì documenta gli usi, le abitudini, i costumi delle popolazioni cui le sepolture si riferiscono.
Il rito funerario è quello della incinerazione: le ossa combuste venivano raccolte dai parenti entro urne o grandi contenitori per derrate alimentari (anfore), questi ultimi segati all'altezza dei manici, poi deposti in fosse, delimitate o meno, da 'muretti' di ciottoli. I resti del morto erano anche collocati direttamente nella nuda terra ma sempre accompagnati da quegli oggetti che nella vita più erano stati cari o erano serviti al defunto, il cosiddetto corredo tombale.
Il corredo tombale è composto da oggetti d'ornamento e per la cura del corpo (anelli, bracciali, spille, corallini per collane, specchi, pinzette depilatorie, contenitori in vetro per unguenti e profumi), stoviglie d'uso corrente per la cucina (pentole, coperchi, brocche etc.) o raffinate per la mensa (piatti, bicchieri, versatoi), strumenti per le attività lavorative (tenaglie, cesoie, compassi, raschiatoi per la concia delle pelli, falci per potatura, coltelli da macellaio, stili per scrivere, attrezzi chirurgici) nonché nella gran parte dei casi, dalle monete che servivano al defunto per il pagamento del pedaggio per il transito nell'Aldilà. La ricostruzione dei ritrovamenti più antichi e di quelli recenti effettuati a San Lorenzo di Parabiago e lo studio dei reperti da parte degli archeologi ha consentito di ipotizzare per questa località, come per tutto il nostro territorio, nel periodo corrispondente all'epoca romana imperiale (I secolo a.C. - IV secolo d.C.), una distribuzione per piccoli insediamenti sparsi, posti presso il corso del fiume Olona, con economia prevalentemente agricola e artigianale cui si aggiungeva, come altra risorsa, il commercio. Alcuni reperti attestano infatti la vivacità degli scambi tra il centro Italia e il nord Europa, dove abitavano i Celti, e di tali scambi beneficiavano in particolar modo i nostri 'VICI', situati strategicamente lungo le vie di transito e ai collegamenti tra il sud e il nord del nostro continente.
PRIMO PIANO
Sala della 'LOGGETTA'
La sala della 'Loggetta' al primo piano conserva materiali disposti per cronologia e per contesti tombali.
Gli oggetti testimoniano gli antichi popoli, con le relative culture, che hanno abitato il territorio a partire dall'Età del Rame (2000/1800 a.C.) fino all'invasione delle tribù germaniche dei Longobardi (VI-VII secolo d.C.) da cui la Regione prenderà poi il nome.
Salone d'onore e saletta adiacente Di particolare eleganza è il 'Salone d'onore', che raccoglie una pregevole collezione di monete, esposte e catalogate scientificamente, in sequenza cronologica; si inizia il percorso con le monete in argento e bronzo magnogreche (secoli IV-III a.C.), si prosegue con quelle di età romana repubblicana, imperiale e del tardo impero (per tutta l'epoca romana le monete venivano usate per pagare simbolicamente il pedaggio per il defunto che si recava nell'Aldilà: è il cosiddetto 'OBOLO DI CARONTE'); vi sono poi le emissioni bizantine, successivamente quelle coniate dai signori che tennero in loro potere il ducato di Milano e le terre annesse,prima i Visconti e poi gli Sforza, infine le monete riferibili ai secoli XVII - XVIII, quando l'Italia settentrionale fu governata rispettivamente dagli Spagnoli e dagli Austriaci. In questa sala si possono inoltre ammirare tre grandi tele di un pittore ferrarese appartenente alla corrente artistica del divisionismo, Gaetano Previati, vissuto tra la metà dell'800 ed i primi del 900. I dipinti riassumono i tre momenti fondamentali della Battaglia di Legnano svoltasi il 29 maggio 1176, probabilmente nei dintorni della città: alcuni Comuni lombardi si unirono in sodalizio (Lega Lombarda) e giurarono di combattere le eccessive ingerenze pretese dell'imperatore tedesco Federico I di Svevia, detto 'Il Barbarossa', nelle loro questioni politiche, sociali ed economiche. Lo scontro si risolse con la vittoria dei Comuni lombardi comandati da Alberto da Giussano (il cui monumento è ben visibile nella piazza cittadina a lui dedicata), riuniti attorno alla croce, posta su un carro, trainato da buoi bianchi, denominato 'CARROCCIO'. Anche in questo locale si può notare il bel soffitto in legno a cassettoni dalla ricca decorazione, sempre proveniente dal maniero dei nobili Lampugnani. Nella saletta adiacente il salone d'onore è stata ricreata idealmente la stanza prediletta dell'abilitazione privata di un collezionista, che lì conserva ed espone i suoi tesori. Tali tesori infatti, raccolti da un appassionato d'arte, comprendono ceramiche, manufatti in bronzo e in vetro di provenienza varia: Grecia, Magnagrecia, Etruria, Italia Settentrionale che coprono un arco cronologico ampio: dal IX secolo a.C. al III secolo d.C.
In particolar modo però il Museo si caratterizza per la considerevole quantità di oggetti d'età romana provenienti quasi esclusivamente da sepolture. SECONDO PIANO
Saletta della Torre in allestimento
ATTIVITA' DEL MUSEO
Le attività del Museo sono, da anni rivolte in varie direzioni.
Tutto il materiale esposto è stato restaurato nel corso degli ultimi 15 anni in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Lombardia. Si tratta di materiale già conservato nel magazzino del Museo o emerso da scavi effettuati nel corso di questi anni.
Col materiale restaurato annualmente viene allestita una nuova mostra corredata da pannelli esplicativi lungo un percorso che, in questo modo, risulta ben documentato anche ai fini didattici.
Ogni mostra è affiancata da una pubblicazione di carattere scientifico di ampia diffusione soprattutto tra gli studiosi, le Soprintendenze, le Università e i Musei.
Viene organizzato, annualmente un ciclo di conferenze a tema archeologico denominato 'I giovedì del Museo' che riscuote da sempre numerosi consensi.
Sono previste infine visite guidate da archeologi che conducono i visitatori nelle varie sale del Museo illustrando e commentando, per ognuna di esse, le caratteristiche. Le visite si effettuano su prenotazione.

Il Castello di Legnano
Il più antico nucleo del castello di Legnano è costituito dalla casa-torre fatta innalzare da Ottone Visconti. La pianta è a schema quadrangolare con cortile centrale e largo fossato tutt'intorno, e una sorta di rivellino con ponte levatoio e ponticello che fa da raccordo fra le due cinte.
Per garantire la sicurezza nel territorio delle campagne, furono costruiti i castelli rurali, con funzioni militari limitate ma di supporto ai castelli di città, tanto che il territorio occidentale in epoca viscontea non fu mai invaso. All'arcivescovo Leone da Perego,che morì nel 1259 in città, è fatta risalire la costruzione della maggior parte del Castello. Questo, attorno al 1437, fu donato da Filippo Maria Visconti a Oldrado Lampugnani, che lo fece restaurare nel 1448, dopo il saccheggio subito da parte di Francesco Sforza.
Ereditato dall'Ospedale Maggiore di Milano, ceduto da questi ai Cornaggia, il Castello è passato definitivamente al Comune dopo la seconda guerra mondiale.
Il PALIO DI LEGNANO
Il Palio è l'insieme delle manifestazioni commemorative della Battaglia di Legnano, il fatto d'arme del 29 maggio 1176 che vide la vittoria dei comuni alleati nella Lega Lombarda sull'esercito imperiale di Federico I detto il Barbarossa.
Le commemorazioni più antiche della battaglia sono da ricercare, nella forma religiosa, già nel tardo medioevo (1393) a Milano, e precisamente nella chiesa di San Simpliciano. Nella sua forma attuale, e tutta legnanese, la Sagra, come festa popolare, parata storica e gara ippica, esiste dal 1935. Dopo la pausa del periodo bellico la Sagra fu ripresa nel 1952.
Legnano è stata per l'occasione divisa in contrade, dieci in un primo momento, che presto si ridussero a otto. La contrada, letteralmente 'un gruppo di case attorno a una strada', è un quartiere storico della città che ha la propria sede nel maniero, il fulcro della vita associativa e delle attività, oltre che lo 'scrigno' in cui sono conservati armi, costumi e ornamenti utilizzati per la sfilata. Le otto sorelle, vere animatrici della Sagra e protagoniste del palio ippico, sono: Flora, Legnarello, San Bernardino, San Domenico, San Magno, San Martino, Sant'Ambrogio e Sant'Erasmo.Le cariche più importanti, le reggenze all'interno delle contrade sono capitano, castellana e gran priore, gli equivalenti di re, regina e fante nelle carte da gioco.
Uno dei momenti caratteristici della Sagra, in cui confluiscono mesi di preparazione e lavoro effettuato nei manieri, è la sfilata storica, che, insieme con il palio ippico, si tiene l'ultima domenica di maggio. Sono oltre un migliaio i figuranti che indossano i costumi e portano gli oggetti realizzati secondo le prescrizioni di un'apposita commissione che vaglia l'attinenza dell'abito e degli arnesi con il periodo medievale rappresentato. Ogni contrada nel carosello storico che si snoda per le vie della città, dal centro al campo sportivo, sede del palio ippico, svolge un tema, ossia rappresenta tramite i suoi figuranti un aspetto della vita del medioevo che può essere quello degli armati, dei nobili, dei cortigiani, dei musici e dei giocolieri, del lavoro contadino o della magia. Le contrade nel corteo sono seguite dalla Compagnia della morte, una formazione di cavalleria che la leggenda vuole determinante per le sorti della battaglia di Legnano. La compagnia è capitanata da Alberto da Giussano, figura leggendaria di condottiero, il cui monumento, modellato dallo scultore Enrico Butti nel 1900, è diventato uno dei simboli della città. il corteo è chiuso dal Carroccio, il carro simbolo delle libertà comunali al cospetto del potere imperiale. Sul Carroccio in battaglia si recitava la Messa prima dello scontro, nel giorno culminante della Sagra,quello della disputa del palio delle contrade, si officia ancora la funzione religiosa seguita dall'investitura religiosa dei capitani.
Sotto il pennone del Carroccio è posizionata la riproduzione della croce lobata di Ariberto D'Intimiano, Vescovo di Milano. La croce spetta alla contrada che si aggiudica la corsa ippica e che per un anno potrà costudirla nella sua chiesa.
I l palio ippico delle contrade è il momento più emozionante e spettacolare della Sagra. Preceduto dalla sfilata storica e dai momenti altamente coreografici degli onori al Carroccio e della carica della Compagnia della morte, il palio è una corsa con fantini ingaggiati dalle contrade che cavalcano a pelo. Si articola in due batterie eliminatorie da quattro giri cadauna (l'anello della corsa misura 240 metri) e in una finale (da cinque giri) cui accedono i primi due piazzati di ogni batteria. Per la tutela e la sicurezza dei cavalli l'organizzazione ha introdotto nel 1992 una commissione veterinaria che visita i cavalli prima delle corse e li sottopone a cure immediate, in caso di incidente, in un'apposita clinica. Nel 1999 è stato poi introdotto, primo in tutta Italia per manifestazioni di questo tipo, il controllo anti-doping.
La Sagra, negli anni, è andata arricchendo il suo corollario di manifestazioni, dalla rassegna corale che porta a Legnano ogni anno i migliori complessi polifonici del mondo alle rappresentazioni teatrali che si ispirano al medioevo, dalle conferenze su argomenti storici alla cavalcata dei capitani che scelgono una località particolarmente significativa del territorio da cui partire per sfilare alla volta di Legnano a proprie settimane medievali in cui la città si immerge nella suggestiva atmosfera della cosiddetta epoca buia.
L'organizzazione della Sagra è gestita dall'Amministrazione comunale unitamente al Collegio dei Capitani e alla Famiglia Legnanese, che formano un comitato al cui vertice c'è il supremo magistrato che è il sindaco della città.
Tratto da www.paliodilegnano.it
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