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Itinerario 6: Lago Maggiore - Versante Lombardo
Giovedì 10 Luglio 2008 13:08
Indice
Itinerario 6: Lago Maggiore - Versante Lombardo
<strong>Leggiuno</strong>
<strong>Laveno</strong>
<strong>Luino</strong>
<strong>Sesto Calende</strong>
Tutte le pagine
 

Angera

 

logo_tappe.gifTappa 1



CHIESA PARROCCHIALE SANTA MARIA ASSUNTAsanta_maria_ss_immagine.jpg
(nella piazza Parrocchiale)

Presente sin dal Medioevo, divenne a partire dalla  fine del 1400 sempre più importante diventando la chiesa parrocchiale.
Posta al centro della Piazza Parrocchiale è interamente costruita in pietra d’Angera, di un caldo colore giallo rosato: la facciata in stile cinquecentesco risale all’inizio del 1900, mentre il lato verso la piazza presenta l’aspetto conseguente le sistemazioni della seconda metà del 1800; la parte absidale è quella più antica.
L’interno ha una struttura a tre navate: l’altare maggiore ottocentesco è posto in una cappella con affreschi risalenti ai primi anni del 1900, ed ha un coro in legno intagliato di Giovan Battista Besozzi (sec. XVII).  All’inizio della navata di sinistra vi è il  Battistero e alla destra di questo una statua antica  in pietra d’Angera.
Sopra l’ingresso vi è l’organo moderno, e sull’ultimo pilastro della navata centrale vi è il pulpito in legno intagliato, sempre di Giovan Battista Besozzi
A sinistra dell’altare maggiore vi è l’altare del Crocifisso e a destra quello del Cuore Immacolato con un quadro della Madonna col Bambino; sul lato sinistro l’altare del Sacro Cuore di Gesù e sul destro l’altare dell’Addolorata.
Nella Sagrestia è custodita la cappa rossa appartenuta a  San Carlo Borromeo.

 

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LA ROCCA DI ANGERArocca.jpg
La Rocca sorge su di un promontorio calcareo e la sua posizione fu strategica; per la gran via commerciale del lago, che collegava i passi alpini con la Pianura Padana.
Il castello entrò in possesso degli arcivescovi di Milano e fu inoltre al centro d’aspri conflitti fra i Torriani e i Visconti, questi ultimi la rafforzarono, ampliandola a più riprese, finché nel 1449 fu acquistata dai Borromeo, artefici delle ultime modifiche e tutt’ora attuali proprietari. L’edificio è un insieme di costruzioni realizzate in epoche diverse.
Passando sotto la torre di guardia, si accede all’interno del complesso e alla spianata del  cortile dove lo sguardo è immediatamente catturato dal magnifico panorama
rocca2.jpgLa parte più antica, con muratura in blocchi di pietra squadrati d'Angera, è la svettante torre castellana (inizio sec. XIII), alla quale sono addossate l’ala Scaligera databile alla prima metà del XIII sec., e l’ala Viscontea della fine del sec. XIII, ed infine l’Ala Borromea del XV e XVI sec.
Le diverse sale accolgono mostre di notevole interesse, il Museo della Bambola e quello della Moda infantile..
La sala si articola su due campate, divise da un’arcata a sesto acuto e coperte da volte a crociera. Elegante le bifore che consentono l’illuminazione della sala.
Dalla sala di Giustizia si arriva alla terrazza superiore della possente Torre Castellana da cui si gode un’imponente vista su Arona e le Prealpi del Vergante; ritornando si giunge nel salone delle Cerimonie dove sono esposti gli affreschi strappati al Palazzo Borromeo di Milano, colpito e semidistrutto da un bombardamento aereo nel 1943, opere di gran pregio del XV sec.

 

 

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IL CIVICO MUSEO ARCHEOLOGICO ANGERAangera_interno_museo.jpg
Il Museo archeologico ha sede in un edificio tardo quattrocentesco con piccola corte e porticato ubicato in via Marconi al n. 2. L’ esposizione è allestita in due sale, la prima delle quali dedicata alla preistoria e protostoria, la seconda all’epoca romana.
La sala della preistoria illustra le prime testimonianze della presenza umana ad Angera, le più antiche del territorio varesino, frutto di ricerche e scavi effettuati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. I reperti, industrie litiche del paleolitico finale, provengono per la maggior parte dalla Tana del Lupo, una grotta naturale situata alla base della parete rocciosa su cui in seguito sorgerà la Rocca. Dalla stessa zona provengono anche strumenti, armi e resti faunistici di epoca mesolitica e neolitica. La stessa grotta è più conosciuta come Antro mitriaco in base all’ipotesi che in epoca romana fosse sede di un importante culto dedicato al dio orientale.
La seconda sala illustra principalmente i corredi della grande necropoli situata in corrispondenza del cimitero attuale, scavata tra il 1971 e il 1979.
Solo una minima parte del notevole numero di iscrizioni e monumenti figurati che conferivano al vicus di Angera in età imperiale un aspetto monumentale sono esposti in Museo. I più importanti, conservati presso il Museo di Varese e il Museo di Milano, testimoniano la presenza di personaggi di grande livello sociale e lo sviluppo dell’abitato in relazione all’espansione dei traffici e interessi romani verso le regioni transalpine.

ORARI DI APERTURA AL PUBBLICO
Lunedì 14.30/18.30
Martedì 14.30/17.00
Giovedì 10.00/12.00 – 14.30/18.30
Sabato 9.00/12.00
Tel. 0331/931915 – 931133

 


 

Leggiuno

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Chiesa di Santo Stefano leggiuno-parrocchialesstefano.jpg

Parrocchia di Leggiuno
Via L. Riva n’ 10
Telefono: 0332 647228
Prete: Don Luigi Dilani

Chiesa dedicata a S. Stefano, citata,  per la prima volta, in un documento dell’anno ‘846. La prima pietra dell’attuale chiesa fu posata dal prevosto Serafini nel 1620 ma l’opera, così come si presenta oggi ai giorni nostri, venne completata solo tra il 1869 ed il 1875. Il campanile venne costruito su una torre del secolo XI e , anche se in parte fu demolito dai muratori ai tempi di San Carlo, sotto l’intonaco cela preziosi particolari architettonici. In occasione dell’ultimo restauro (1996) è stata riportata alla luce una bifora con colonnina su architravi in tufo, visibile guardando l’alta torre
campanara (circa 38 metri) dalla parte di Sangiano.


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Santa Caterina al Sasso  s_caterina_al_sasso.jpg

La località di Santa Caterina del Sasso è celebre fin dal Medio Evo per il complesso monastico che qui sorge, arroccatosi una lunga cengia a strapiombo sul Lago Maggiore, non lontano dalla frazione Reno di Leggiuno.
La località di Santa Caterina del Sasso è celebre fin dal Medio Evo per il complesso monastico che qui sorge, arroccatosi una lunga cengia a strapiombo sul Lago Maggiore, non lontano dalla frazione Reno di Leggiuno. L`eremo sprigiona da secoli una grande spiritualità e in esso la bellezza della natura si incontra con l`opera dell`uomo, in una ricerca costante di arte e di cultura. Acquistato dalla Provincia di Varese nel 1970, per circa quindici anni l`eremo di Santa Caterina fu oggetto di lunghe ricerche e di molte opere di consolidamento geologico, sia per la parte sovrastante della montagna che per quella sottostante. Dopo i restauri e le scoperte artistiche emerse all`interno della cappella di S. Nicolao e della sala capitolare, ora il complesso è di nuovo aperto al pubblico. Secondo la leggenda, il monastero fu fondato verso la fine del XII secolo da un ricco mercante, Alberto Besozzi, scampato ad una paurosa tempesta sul lago. Più volte ampliato nei secoli, fu arricchito, soprattutto tra il `300 e il `700 con varie opere d`arte, tra cui, nella sala capitolare, alcuni affreschi trecenteschi di notevole interesse.
Su una cengia a sbalzo sulla roccia, a picco sul Lago Maggiore, si presenta, gentile e severo nello stesso tempo, l`eremo di Santa Caterina del Sasso Ballaro. In una sequenza di archi, romanici e gotici, in un alternarsi di vuoti e pieni, fino all`innesto del suo solido campanile, l`architettura del complesso monumentale scandisce la magia dell`opera umana e la forza della fede.  Il succedersi di presenze artistiche di scuole e periodi diversi racconta una vicenda di mirabili contenuti artistici e religiosi. L`accesso con il traghetto dal lago o la discesa lungo la scalinata offrono visioni e sensazioni uniche che si confondono nella magia della luce.

 

 


Laveno

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Il Museo Internazionale Design Ceramico: museodinotte3.jpg

Il Museo è una collezione unica, con pezzi di design e oggetti di vita quotidiana e una sede prestigiosa sulle sponde del Lago Maggiore.
La Civica Raccolta di terraglia di Cerro frazione Laveno Mombello, nata nel 1968 apre ufficialmente al pubblico nel 1970, comunicando la sua attività con una dotazione di opere in ceramica che ne segna con chiarezza il destino e la vacazione. La maggior parte delle opere provengono dalla raccolta della Società Ceramica Italiana Richard Ginori, dalla donazione Scotti-Meregalli e dalla donazione Franco Revelli e altre donazioni private. La collezione documenta la produzione in ceramica da metà del 1800 ai giorni nostri nell’aerea lombarda. Tra i pezzi più interessanti da segnalare il vaso in stile Liberty eseguito nel 1906 da Giorgio Spertini, esempio eccellente del gusto Art Nouveau. Significativa la collezione di forme e stilemi ideati da Guido Andlovitz a a partire da 1926, oltre ai più recenti pezzi di design di Angelo Biancini e Antonia Campi. Dal 1986 il Museo possiede un laboratorio attrezzato per la realizzazione di ceramica.
Palazzo Perabò, sede del Museo, ha origini nel 1500 quando la famiglia cerrese dei Guilizzoni ottenne la Signoria di Contea, quindi venne successivamente ingrandito, come lo vediamo nell’aspetto attuale. E’ una costruzione tardo-rinascimentale, già dei conti Guilizzoni poi Perabò, dal 1968 proprietà del Comune di Laveno Mombello che, con oculati e precisi lavori di restauro, riprese l’originale bellezza di un tempo. Il fine del museo è culturale e conservativo, per la conoscenza e la raccolta di esemplari di arte ceramica ancora poco conosciuti: sculture di noti artisti, maioliche, vasi, ceramiche igieniche e da cucina, pezzi preziosi e raffinati.
vaso-liberty-giorgio-spertini-laveno-lago-maggiore.jpgLa costituzione dell’industria ceramica a Laveno risale al 1856 quando le famiglie Carnelli, Caspani e Revelli diedero vita ad una prima manifattura nata con lo scopo di porre sul mercato prodotti in terraglia forte a basso costo. Lo sviluppo avvenne velocemente; nel 1875 la fabbrica occupava quattrocento operai e l’affermarsi sui mercati nazionali ed esteri della produzione indusse, nel 1883, ad assumere la denominazione di Società Ceramica Italiana (SCI), denominazione che verrà mantenuta fino al 1965 in occasione della fusione con la Richard-Ginori. Nel 1886 Severino Revelli abbandonò la SCI e diede vita ad un’altra manifattura: la Società Ceramica Revelli, rimasta attiva fino al 1980, anno della definitiva chiusura. il periodo d’oro delle manifatture lavenesi vede ben sei grandi fabbriche, che occupavano quasi tremilacinquecento persone. In seguito, con le prime avvisaglie di difficoltà (anno’60-’70) avvenne un notevole ridimensionamento produttivo ed occupazionale.

 

 

 

 


MUSEO INTERNAZIONALE DESIGN CERAMICO - CIVICA RACCOLTA DI TERRAGLIA
Palazzo Perabò di Cerro di Laveno (VA)
Via Lungolago Perabò, 5
Telefono e Fax 0332.666530

 

 

 

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Villa Frua laveno_villafrua.jpg

- Via Roma situata nel centro storico di Laveno, la Villa de Angeli Frua risale alla metà del 1700. il parco, aperto da primavera all'autunno, ha piante secolari ed essense arboree tipiche del lago. Villa Frua ha ospitato importanti rassegne d'arte e sede di congressi ed esposizioni. negli anni settanta diversi sonpo stati gli avvenimenti d'arte che hanno fatto parlare della villa: vennero organizzate infatti rassegne di prestigio con nomi di artisti come Fontana, Adami, Burri oggi tra i massimi esponenti storici dell'arte di questo secolo. da annoverare tra le splendide ville patrizie con ampio parco che si trovano con dovizia sul territorio varesino, Villa Frua è tra le più conservate sulle rive del Lago Maggiore che permette di utilizzare le sue sale per manifestazioni a livello internazionale, quale è in fondo la sua vocazione. oggi è sede del Palazzo municipale.

 

 

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Parco regionale Campo dei Fiori parco_dei_fiori.jpg


Il Parco regionale Campo dei Fiori, istutuito nel 1984 (L.R. n.17 del 19.03.84), si estende sui territori della provincia varesina occupati dal Massiccio del Campo dei Fiori e dal Massiccio del monte Martica. Il Parco è delimitato a Nord e a Nord-Ovest della Valcuvia, ad Est dalla Valganna e a Sud dalla città di Varese e dalla strada statale che conduce a Laveno-Mombello. I due massicci sono separati dalla Val di Rasa che unisce la Valcuvia alla Valle dell'Olona.
Il Massiccio del Campo dei fiori fa parte della catena delle Prealpi Varesine. I rilievi che lo costituiscono sono formati in gran parte da rocce calcaree che hanno permesso lo sviluppo di fenomeni carsici: in tutto il parco si contano 130 grotte, con un estensione totale delle relative gallerie di 30 Km. Presenta due facce differenti: il lato settentrionale è costituito da aspri pendii e pareti verticali mentre il lato meridionale da pendii più morbidi ricoperti da foreste di latifoglie.

 

 

 


 

Luino

 

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mercato1.jpg
MERCATO DI LUINO
Per ottenere l´apertura di un mercato, già nel lontano 1475, a Luino vi era stato un tentativo ad opera del feudatario luinese Giovanni Rusca, ma i ´Maestri´ delle entrate ducali avevano espresso parere sfavorevole.
Tra il 1535 e il 1541 per servizi resi al Sacro Romano Impero, Giacomo Mandelli Signore del piccolo feudo di Maccagno, ottenne la concessione al mercato settimanale e concesse a Luino che il mercato si tenesse a settimane alterne tra Luino e Maccagno.
I Conti Rusca di Luino, pochi anni dopo, prendono contatto col Conte Giacomo Mandelli, affinchè interponga i suoi buoni uffici presso l´Imperatore Carlo V e conceda anche al loro borgo un uguale privilegio.
Il Conte Giacomo appoggia la petizione e il 5 settembre 1541, l´imperatore decreta che anche a Luino si possa tenere mercato di bestiame, cereali, prodotti vari.
mercato2.jpgIl mercato si tiene tutt´oggi nel nucleo storico del borgo. Conta 371 bancarelle di vendita, la maggior parte delle quali a conduzione famigliare.
Vi giungono autobus da ogni luogo, Austria, Germania, Olanda e ovviamente dalla Svizzera, mentre per i visitatori provenienti dalla sponda opposta e dal Locarnese vengono organizzate corse speciali a mezzo dei battelli.
Le merci poste in vendita si sono adeguate ai tempi. Se durante i suoi primi due secoli il mercato fu una sede di scambio dove convenivano i contadini delle valli vicine, verso la seconda metà del 1800, con l´avvento dell´industria i prodotti in vendita provenivano soprattutto dal Novarese.
Il mercato conobbe il suo maggiore sviluppo con la costruzione della ferrovia

 

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IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL CARMINEsantuario_smaria_carmine_s.jpg
Luino, Santuario della Madonna del Carmine, era enorme l’affetto di cui frate Jacopo godette durante la sua vita, da parte delle popolazioni luinesi e da quelle confinanti di Voldomino e Germignaga, le quali desideravano avere più vicino a loro il Santuario della Madonna del Carmine, che stava per essere fondato. Per una coincidenza, il luogo prescelto era il terreno donato da Jacopo prima della sua entrata nell’ordine dei Carmelitani. Egli però non vide completato il monastero, che venne costruito a più riprese, prima grazie agli aiuti economici della duchessa reggente Bona di Savoia, vedova di Galeazzo Maria Sforza, in seguito, al probabile appoggio dei Rusca di Como, a cui la Valtravaglia era passata in feudo nel 1438. Oggi infatti è ancora possibile notare le insegne ruscone sul portale di pietra arenaria rossastra. Tali insegne appartengono a Giovanni Rusca, che fu conte alla fine del Quattrocento, il che lascia supporre che il santuario sia stato terminato prima dell’inizio del Cinquecento.
Sono le parti aggiunte attorno al 1655 quelle che danno maggiore forma al santuario, e che sono oggi le più vistose: le due cappelle dedicate alla Madonna del Carmine e alla Passione di Gesù; il pulpito e i confessionali in legno eseguiti dello scultore varesino Bernardino Castelli, nel 1687.
Questi elementi, unitamente agli esterni, sono stati restaurati dai lavori del 1987, che li hanno riportati all’antico splendore, ma che hanno consentito persino di portare alla luce affreschi e pitture prima di allora nascoste a causa del degrado in cui versava il santuario sin dal 1779. In quell’anno infatti il convento venne chiuso dietro ordine di Giuseppe II e, i terreni, di proprietà di Ruggero Marliani fino al 1773, furono messi all’asta e poi acquistati dal conte Crivelli. Sebbene la chiesa rimase in funzione, il santuario venne quindi abbandonato

 

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camp_luino.jpg
SAN. PIETRO IN CAMPAGNA A LUINO
Campanile e chiesa sorgono nei pressi del cimitero. La denominazione "in Campagna" deriva, appunto, dal fatto che, in passato, chiesa, campanile e cimitero sorgevano fuori dal centro abitato. La chiesa era l'antica parrocchiale di Luino, prima che la sede fosse trasferita in centro per ordine di S. Carlo Borromeo. S. Pietro è considerato, da molti, uno dei più bei campanili della zona. Il primo piano è parzialmente inglobato nelle strutture edificate successivamente. I restauri hanno reso evidente l'esistenza di una porta che metteva in comunicazione la navata con campanile stesso. La struttura è quella tipica dello stile comasco: i quattro piani superiori presentano, dal basso verso l'alto, una feritoia, una monofora e due bifore, i piani sono scanditi da archetti pensili realizzati con semplici conci di pietra. I quattro lati del campanile sono marcati da lesene. La copertura del tetto è realizzata in piode e sulla sommità è posta un'elaborata croce in ferro battuto. Il campanile è l'unico elemento che rimane dell'originaria chiesa romanica. Alcuni studiosi ipotizzano una datazione intorno alla fine dell'XI sec. e sostengono che questo campanile sia servito da modello per molti altri realizzati in zona. 

 

 


 

Sesto Calende

 

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ABBAZIA DI SAN DONATOdonato14.gif
L’abbazia di San Donato sorge nella località originariamente detta Scozola, un antico sito di culto e, al tempo stesso, un importante luogo di transito. Infatti, si trovava vicino al lago che nei pressi, fino all’alto Medioevo, formava una insenatura dove si sviluppò un porto.
La sacralità dell’area è testimoniata dalla presenza nei dintorni dell' abbazia della chiesa di San Vincenzo e, per quanto riguarda l’epoca protostorica, dei sass de preja buja, che suggeriscono l'esistenza di un antico luogo sacro sulla collina retrostante. Nella zona dell’abbazia sono stati trovati anche nuclei funerari, i cui reperti sono in parte visibili presso i musei di Sesto Calende, Varese e Gallarate; inoltre, Paolo Morigia nella sua Historia del 1603 parla di resti visibili di un tempio pagano.
La chiesa e l’attiguo monastero benedettino furono fondati da Liutardo dei Conti, vescovo di Pavia dall' 830 all’864 e furono dotati di un importante beneficio, cioè di rendite, con beni sia sulla sponda lombarda che piemontese del Lago Maggiore. Ad essi furono donati anche possedimenti in territorio elvetico.
L’abbazia di Scozola non ebbe mai vita tranquilla, poiché dipendeva dal vescovo pavese nonostante la posizione strategica in territorio milanese. Il suo possesso fu oggetto di continue lotte che durarono secoli, coinvolgendo da un lato l’imperatore – tra gli altri anche Federico I Barbarossa (1123-1190) – e dall'altro il papato.
Il colpo più forte all'abbazia fu assestato da papa Innocenzo III (1160-1216) che la privò dei suoi possedimenti, decretandone l’inevitabile decadenza materiale.
Prima la diminuzione dei monaci, ridotti a due nel 1392, poi l’inevitabile trasformazione in commenda nel 1496, e quindi l’assegnazione del monastero e di tutte le sue rendite all’Ospedale Maggiore di Milano nel 1534, furono il lungo preludio al passaggio dell'abbazia di San Donato sotto Milano nel 1820.
Durante l’800 il complesso subì un degrado sempre più accentuato fino agli anni ’60, quando, dopo i restauri, riprese il ruolo di chiesa parrocchiale, che aveva perso nel 1911.
Il suo aspetto architettonico attuale risale alla fine dell' XI – inizio del XII secolo. Tuttavia, una visita all’esterno delle mura perimetrali dà l’idea della tormentata storia che ha accompagnato il monumento. Sono visibili, infatti, pietre con decorazioni intrecciate alto medievali, e una formella romanica è immurata sul fianco destro nei pressi della scala che sale alla sagrestia; inoltre, su uno spigolo del lato occidentale del campanile a circa 15 metri di altezza è possibile scorgere una epigrafe funeraria romana, anche se con una certa difficoltà.
Nell’interno, alle colonne romane reimpiegate nel natrace (la parte antistante alla chiesa, originariamente aperta, destinata ad accogliere i non battezzati) si affiancano gli affreschi cinquecenteschi di Cesare da Sesto (1477-1523) e le settecentesche prospettive di Giuseppe Baroffio (presumibilmete nato in Svizzera a Mendrisio) e delle figure di Biagio Bellotti (1714-1789).
L’abbazia è normalmente aperta al culto. Per informazioni: Parrocchia di San Donato, tel. +39 0331 924692.
Nei pressi dell' edificio si trovano la chiesa di San Vincenzo e alcune incisioni rupestri preistoriche, che confermano l'antica sacralità della zona.

 

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ORATORIO DI SAN VINCENZO
L’Oratorio di San Vincenzo di Sesto Calende è una chiesetta situata a nord dell’abitato, sorge su un poggio erboso declinante verso il Ticino e il Lago Maggiore, dominante il nucleo antico dell’Abbazia.
Edificata tra la fine del XI secolo e l’inizio del XlI secolo, probabilmente sui resti di precedenti edifici pagani e/o tardo romani (da studi fatti trattasi di una cappella utilizzata in epoca longobarda, che successivamente perse la sua funzione religiosa e andò in rovina, fu solo nell’ XI secolo che sullo stesso luogo venne edificato l’attuale oratorio), e’ oggi testimonianza della continuità insediativa di carattere religioso nel territorio sestese. Restauri di ricostruzione o di consolidamento effettuati nella storia non hanno alterato la semplicità dell’edificio ad aula unica absidata e sono stati rispettosi delle caratteristiche dell’edificio. L’abside ripete motivi già notati all’esterno delle absidi della Chiesa di San Donato, distante poche centinaia di metri, quali gli archetti in cotto e pietra.
L’interno e’ decorato di affreschi di pregevole fattura, probabilmente era interamente affrescato ma rimangono visibili solo quelli eseguiti tra il ‘400 e il ‘500 nell’abside e sul fianco destro; sicuramente di esecuzione più antica e’ la serie di affreschi dell’abside. Nell’abside sono raffigurati (da sinistra a destra) San Francesco che riceve le stigmate, San Bernardo Abate, San Antonio Abate, il Trittico Centrale (La Vergine e il Bambino Benedicente, a lati San Vincenzo e San Anastasio), San Rocco, San Giobbe, San Nicolò da Tolentino, San Bartolomeo Apostolo. Sulla parete sinistra (Nord) è rappresentato S. Rocco, su quella destra (Sud) S. Giorgio che trafigge il drago, Sant’Antonio da Padova, S. Vincenzo, I Re Magi, sull’altare S. Benedetto e S. Scolastica.
Luogo di culto sin da epoca preistorica, l’area e’ stata oggetto di campagne di scavo che ne hanno dimostrato l’importanza nel corso dei secoli. Ne sono testimonianza le tracce degli edifici preesistenti leggibili nella pavimentazione all’interno dell’edificio stesso dell’oratorio. All’esterno e sotto il pavimento sono state trovate numerose tombe, in particolare presso l’attuale ingresso, dove si trovava l’abside antico. I reperti sono conservati presso il museo di Sesto Calende.
La chiesetta servì a più riprese da lazzaretto e grande ne fu nel tempo la venerazione. E’ provata la conversione dell’oratorio in lazzaretto in occasione delle grandi pestilenze del Medioevo, fino all’ultima epidemia di colera verificatasi nel 1884. Affreschi devozionali all’interno ne danno chiara testimonianza.
La chiesa o l’oratorio di San Vincenzo è chiamata anche chiesetta dei Re Magi, perché conserva, al suo interno, tra gli altri affreschi, anche una rappresentazione, appunto, dei Re Magi.
Dalla chiesetta è possibile recarsi alla località Preja Buia; percorrendo poche centinaia di metri di strada sterrata in salita, si incontra sulla destra un grosso masso erratico (detto appunto Sass da Preja Buja), affiancato da uno di più piccole dimensioni. Sulla faccia superiore di quest’ultimo sono chiaramente individuabili alcune coppelle incise, mentre su quello più grande le incisioni (cerchi e quadrati) sono di difficile identificazione. Certo è che sono testimonianze della presenza di una zona sacra fin dai tempi antichi.

 

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SASS DA PREJA BUJAretrosasso.jpg
Il masso erratico “Sass da Preja Buia” è un megalito istoriato di serpentino (roccia verde e luminosa) situato nella zona nord ovest di Sesto Calende, località San Vincenzo in una radura all’entrata del bosco vicino all’omonimo oratorio (sulla strada provinciale di mezzacosta si trovano i cartelli indicanti gli scavi).
Sul masso erratico che rappresenterebbe, nell’ipotesi più probabile, un altare sacrificale, vi sono numerosi petroglifi a carattere simbolico e culturale eseguiti in età preistorica, piccole conche atte ad ospitare oli odorosi impiegati per officiare culti antichi. È affiancato da altri massi erratici, sui quali sono presenti altri petroglifi.
Data la sua origine antica, il Sass de Preja Buia, ha stimolato la fantasia popolare producendo diverse leggende. La più conosciuta racconta che un tempo Giove decise di punire Venere e un pescatore del lago, rei di essersi abbandonati ad un amore appassionato. Il pescatore venne tramutato in un drago che scatenò la sua ira sputando fuoco e fiamme sul territorio circostante. La popolazione si diede alla fuga per sottrarsi al pericolo e tra questi vi era la moglie del pescatore, che, stanca e stremata, cadde nel bosco e morì cercando di fare da scudo con il suo corpo ai due figlioli. Per incantesimo venne trasformata in una grande chioccia di pietra che proteggeva i propri piccoli. Da allora il masso, nonostante le intemperie, sta a testimoniare l’amore materno.
Il Sass de Preja Buia costituisce anche un punto magnetico di una certa consistenza, poichè un interessante fenomeno si verifica avvicinandosi o salendo sui massi: la bussola impazzisce.
Dichiarato monumento naturale nazionale e tutelato perciò dalla legge (attualmente fa parte del Parco Lombardo del Ticino), il masso risale all’Era Quaternaria (detta anche Era Neozoica o Neozoico). L’ultima glaciazione di questo periodo, la Glaciazione Wurmiana (o Glaciazioni Wurm), trasportò i massi più grossi provenienti probabilmente da una enorme frana nell’area del Gottardo; nel suo progredire, il ghiacciaio, che aveva probabilmente due diverse origini (il Gottardo appunto e il Sempione) poi confluenti in un unico sistema, trascinò materiale morenico tra cui i grossi massi che, errando, si arenarono definitivamente nelle nostre campagne (nel Varesotto si sono fermati nell’Area Sud-orientale del Lago Maggiore).
Trattandosi di blocchi di grandi dimensioni, vengono considerati monumenti naturali e parti integranti del paesaggio. Oltre il Sass de Preja Buia ricordiamo il Sass Cavalàsc (o sasso cavallaccio), un parallelepipedo conficcato nel Verbano, vicino alla riva, tra i paesi di Ranco e Ispra e il Sasso Galletto a Laveno Mombello, enorme dente appuntito che spunta dalle acque del Lago Maggiore. 

 


 

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