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Sesto Calende
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ABBAZIA DI SAN DONATO L’abbazia di San Donato sorge nella località originariamente detta Scozola, un antico sito di culto e, al tempo stesso, un importante luogo di transito. Infatti, si trovava vicino al lago che nei pressi, fino all’alto Medioevo, formava una insenatura dove si sviluppò un porto.
La sacralità dell’area è testimoniata dalla presenza nei dintorni dell' abbazia della chiesa di San Vincenzo e, per quanto riguarda l’epoca protostorica, dei sass de preja buja, che suggeriscono l'esistenza di un antico luogo sacro sulla collina retrostante. Nella zona dell’abbazia sono stati trovati anche nuclei funerari, i cui reperti sono in parte visibili presso i musei di Sesto Calende, Varese e Gallarate; inoltre, Paolo Morigia nella sua Historia del 1603 parla di resti visibili di un tempio pagano.
La chiesa e l’attiguo monastero benedettino furono fondati da Liutardo dei Conti, vescovo di Pavia dall' 830 all’864 e furono dotati di un importante beneficio, cioè di rendite, con beni sia sulla sponda lombarda che piemontese del Lago Maggiore. Ad essi furono donati anche possedimenti in territorio elvetico.
L’abbazia di Scozola non ebbe mai vita tranquilla, poiché dipendeva dal vescovo pavese nonostante la posizione strategica in territorio milanese. Il suo possesso fu oggetto di continue lotte che durarono secoli, coinvolgendo da un lato l’imperatore – tra gli altri anche Federico I Barbarossa (1123-1190) – e dall'altro il papato.
Il colpo più forte all'abbazia fu assestato da papa Innocenzo III (1160-1216) che la privò dei suoi possedimenti, decretandone l’inevitabile decadenza materiale.
Prima la diminuzione dei monaci, ridotti a due nel 1392, poi l’inevitabile trasformazione in commenda nel 1496, e quindi l’assegnazione del monastero e di tutte le sue rendite all’Ospedale Maggiore di Milano nel 1534, furono il lungo preludio al passaggio dell'abbazia di San Donato sotto Milano nel 1820.
Durante l’800 il complesso subì un degrado sempre più accentuato fino agli anni ’60, quando, dopo i restauri, riprese il ruolo di chiesa parrocchiale, che aveva perso nel 1911.
Il suo aspetto architettonico attuale risale alla fine dell' XI – inizio del XII secolo. Tuttavia, una visita all’esterno delle mura perimetrali dà l’idea della tormentata storia che ha accompagnato il monumento. Sono visibili, infatti, pietre con decorazioni intrecciate alto medievali, e una formella romanica è immurata sul fianco destro nei pressi della scala che sale alla sagrestia; inoltre, su uno spigolo del lato occidentale del campanile a circa 15 metri di altezza è possibile scorgere una epigrafe funeraria romana, anche se con una certa difficoltà.
Nell’interno, alle colonne romane reimpiegate nel natrace (la parte antistante alla chiesa, originariamente aperta, destinata ad accogliere i non battezzati) si affiancano gli affreschi cinquecenteschi di Cesare da Sesto (1477-1523) e le settecentesche prospettive di Giuseppe Baroffio (presumibilmete nato in Svizzera a Mendrisio) e delle figure di Biagio Bellotti (1714-1789).
L’abbazia è normalmente aperta al culto. Per informazioni: Parrocchia di San Donato, tel. +39 0331 924692.
Nei pressi dell' edificio si trovano la chiesa di San Vincenzo e alcune incisioni rupestri preistoriche, che confermano l'antica sacralità della zona.
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ORATORIO DI SAN VINCENZO
L’Oratorio di San Vincenzo di Sesto Calende è una chiesetta situata a nord dell’abitato, sorge su un poggio erboso declinante verso il Ticino e il Lago Maggiore, dominante il nucleo antico dell’Abbazia.
Edificata tra la fine del XI secolo e l’inizio del XlI secolo, probabilmente sui resti di precedenti edifici pagani e/o tardo romani (da studi fatti trattasi di una cappella utilizzata in epoca longobarda, che successivamente perse la sua funzione religiosa e andò in rovina, fu solo nell’ XI secolo che sullo stesso luogo venne edificato l’attuale oratorio), e’ oggi testimonianza della continuità insediativa di carattere religioso nel territorio sestese. Restauri di ricostruzione o di consolidamento effettuati nella storia non hanno alterato la semplicità dell’edificio ad aula unica absidata e sono stati rispettosi delle caratteristiche dell’edificio. L’abside ripete motivi già notati all’esterno delle absidi della Chiesa di San Donato, distante poche centinaia di metri, quali gli archetti in cotto e pietra.
L’interno e’ decorato di affreschi di pregevole fattura, probabilmente era interamente affrescato ma rimangono visibili solo quelli eseguiti tra il ‘400 e il ‘500 nell’abside e sul fianco destro; sicuramente di esecuzione più antica e’ la serie di affreschi dell’abside. Nell’abside sono raffigurati (da sinistra a destra) San Francesco che riceve le stigmate, San Bernardo Abate, San Antonio Abate, il Trittico Centrale (La Vergine e il Bambino Benedicente, a lati San Vincenzo e San Anastasio), San Rocco, San Giobbe, San Nicolò da Tolentino, San Bartolomeo Apostolo. Sulla parete sinistra (Nord) è rappresentato S. Rocco, su quella destra (Sud) S. Giorgio che trafigge il drago, Sant’Antonio da Padova, S. Vincenzo, I Re Magi, sull’altare S. Benedetto e S. Scolastica.
Luogo di culto sin da epoca preistorica, l’area e’ stata oggetto di campagne di scavo che ne hanno dimostrato l’importanza nel corso dei secoli. Ne sono testimonianza le tracce degli edifici preesistenti leggibili nella pavimentazione all’interno dell’edificio stesso dell’oratorio. All’esterno e sotto il pavimento sono state trovate numerose tombe, in particolare presso l’attuale ingresso, dove si trovava l’abside antico. I reperti sono conservati presso il museo di Sesto Calende.
La chiesetta servì a più riprese da lazzaretto e grande ne fu nel tempo la venerazione. E’ provata la conversione dell’oratorio in lazzaretto in occasione delle grandi pestilenze del Medioevo, fino all’ultima epidemia di colera verificatasi nel 1884. Affreschi devozionali all’interno ne danno chiara testimonianza.
La chiesa o l’oratorio di San Vincenzo è chiamata anche chiesetta dei Re Magi, perché conserva, al suo interno, tra gli altri affreschi, anche una rappresentazione, appunto, dei Re Magi.
Dalla chiesetta è possibile recarsi alla località Preja Buia; percorrendo poche centinaia di metri di strada sterrata in salita, si incontra sulla destra un grosso masso erratico (detto appunto Sass da Preja Buja), affiancato da uno di più piccole dimensioni. Sulla faccia superiore di quest’ultimo sono chiaramente individuabili alcune coppelle incise, mentre su quello più grande le incisioni (cerchi e quadrati) sono di difficile identificazione. Certo è che sono testimonianze della presenza di una zona sacra fin dai tempi antichi.
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SASS DA PREJA BUJA
Il masso erratico “Sass da Preja Buia” è un megalito istoriato di serpentino (roccia verde e luminosa) situato nella zona nord ovest di Sesto Calende, località San Vincenzo in una radura all’entrata del bosco vicino all’omonimo oratorio (sulla strada provinciale di mezzacosta si trovano i cartelli indicanti gli scavi).
Sul masso erratico che rappresenterebbe, nell’ipotesi più probabile, un altare sacrificale, vi sono numerosi petroglifi a carattere simbolico e culturale eseguiti in età preistorica, piccole conche atte ad ospitare oli odorosi impiegati per officiare culti antichi. È affiancato da altri massi erratici, sui quali sono presenti altri petroglifi.
Data la sua origine antica, il Sass de Preja Buia, ha stimolato la fantasia popolare producendo diverse leggende. La più conosciuta racconta che un tempo Giove decise di punire Venere e un pescatore del lago, rei di essersi abbandonati ad un amore appassionato. Il pescatore venne tramutato in un drago che scatenò la sua ira sputando fuoco e fiamme sul territorio circostante. La popolazione si diede alla fuga per sottrarsi al pericolo e tra questi vi era la moglie del pescatore, che, stanca e stremata, cadde nel bosco e morì cercando di fare da scudo con il suo corpo ai due figlioli. Per incantesimo venne trasformata in una grande chioccia di pietra che proteggeva i propri piccoli. Da allora il masso, nonostante le intemperie, sta a testimoniare l’amore materno.
Il Sass de Preja Buia costituisce anche un punto magnetico di una certa consistenza, poichè un interessante fenomeno si verifica avvicinandosi o salendo sui massi: la bussola impazzisce.
Dichiarato monumento naturale nazionale e tutelato perciò dalla legge (attualmente fa parte del Parco Lombardo del Ticino), il masso risale all’Era Quaternaria (detta anche Era Neozoica o Neozoico). L’ultima glaciazione di questo periodo, la Glaciazione Wurmiana (o Glaciazioni Wurm), trasportò i massi più grossi provenienti probabilmente da una enorme frana nell’area del Gottardo; nel suo progredire, il ghiacciaio, che aveva probabilmente due diverse origini (il Gottardo appunto e il Sempione) poi confluenti in un unico sistema, trascinò materiale morenico tra cui i grossi massi che, errando, si arenarono definitivamente nelle nostre campagne (nel Varesotto si sono fermati nell’Area Sud-orientale del Lago Maggiore).
Trattandosi di blocchi di grandi dimensioni, vengono considerati monumenti naturali e parti integranti del paesaggio. Oltre il Sass de Preja Buia ricordiamo il Sass Cavalàsc (o sasso cavallaccio), un parallelepipedo conficcato nel Verbano, vicino alla riva, tra i paesi di Ranco e Ispra e il Sasso Galletto a Laveno Mombello, enorme dente appuntito che spunta dalle acque del Lago Maggiore.
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